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Edipo Tiranno - Progetto di messa in scena PDF Stampa E-mail
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Edipo Tiranno
Note su Sofocle
Progetto di messa in scena
Progetto numero due
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EDIPO TIRANNO di Sofocle

(Progetto di messa in scena)

 

 

 

 

 

A…ESSENZIALE DELLA MESSA IN SCENA


a

AFFERMAZIONE. Il senso iscritto nelle strutture e nelle forme di questa tragedia, ciò che rende pienamente intelligibile la sua drammaturgia e interamente decifrabile il suo testo, è la contraddizione, la contrapposizione, l’inconciliabilità tra l’amore della conoscenza e l’amore del potere.

DOMANDA/OBIEZIONE. Che rapporto c’è tra il vaticinio che perseguita (da prima del principio della sua vita e fino al principio della tragedia) Edipo (anticipazione, concepimento, nascita, giovinezza, maturità): “Amerai tua madre e ucciderai tuo padre” e la contraddizione tragica (propria dell’uomo in generale e dell’intellettuale in particolare) tra amore della conoscenza e amore del potere?

RISPOSTA. “Amerai tua madre e ucciderai tuo padre” vuol dire, “tradotto in italiano” cioè nella cultura moderna (psicologia, antropologia, politologia, filosofia etc.), “amerai la tua terra” (la tua realtà, “tua madre”) e conquisterai il potere (strappandolo a “tuo padre”).


b

1…CINQUE ATTORI (Protagonista, Deuteragonista, Tritagonista, Giocasta, Corifèo)

2…Attori – e attrice - con le maschere.

3…Personaggi maschili caratterizzati dai diversi copricapo o da oggetti di scena, personaggio femminile caratterizzato dalla diversa acconciatura dei capelli nei diversi momenti della tragedia.


c

KARAGHIOZIS (= Gioco delle Ombre)

Iniziale (Prima del Prologo - il gioco amoroso tra Edipo e Giocasta);

Centrale (Episodio II - versi 697 – 862 - il colloquio coniugale tra Edipo e Giocasta);

Finale ( Esodo - dopo il verso 1280 - l’estremo saluto di Edipo a Giocasta).



B…SCENOGRAFIA


FONDALE. Un telone dipinto che occupa quasi totalmente la superficie posteriore del palcoscenico – lasciando a destra e a sinistra lo spazio per l’entrata e l’uscita dei personaggi da entrate laterali (eccetto Edipo e Giocasta – che usano anche, non sempre, la porta centrale, principale). Cosa c’è dipinto sul telone? Il prospetto del Palazzo di Èdipo, il Palazzo di Tebe, un palazzo miceneo. La figurazione è ispirata all’entrata della Rocca di Micene con i leoni affrontati - qui si affrontano un leone e una volpe (vedi “Il Principe” di Machiavelli).



C…PALCOSCENICO.


Luogo per parlare. Lungo e stretto, come l’arrivo di una scalinata. ”Il termine adottato più tardi – logeion, cioè luogo per parlare – è in netto contrasto con l’orchestra, il luogo delle danze del coro.” (Baldry) Ha due uscite. L’uscita di sinistra indica la strada verso la campagna, quella di destra indica la strada verso la città.



D…SCENA INTERNA.


“I greci non hanno mai sviluppato il concetto di una scena interna resa visibile al pubblico mediante una convenzione teatrale che noi accettiamo senza discussione, cioè l’eliminazione di una parete della stanza. La percezione di eventi dietro la facciata della skene si limitava a quanto era udito, ma non visto…” (Baldry) Lo sviluppo che propongo è il KARAGHIOZIS.



E…ORCHESTRA.


(Tra il palcoscenico e la platea, fra gli attori e gli spettatori-cittadini.) Più larga del palcoscenico. Può essere in piano, in piano inclinato, in piano scalinato.



F…SPETTATORI


1…Gli spettatori sono prima di tutto gli ascoltatori: nella tragedia greca riferimento al pubblico come ascoltatori e non come spettatori.

2…Gli spettatori di Edipo Tiranno “godono di quella conoscenza trasparente e immediata di cui sono capaci, per solito, gli dèi” (Vegetti).

3…Gli spettatori parlano fra di loro in quanto spettatori (in attesa dell’inizio della rappresentazione), e si predispongono ad altre tre funzioni – involontarie - di comparse e coro e cittadini (cittadini attivi) - assegnate loro dal regista.

4…Gli spettatori assistono (ad una rappresentazione) e partecipano (ad un rito). Il Coro è la comunità.

Il Coro sono gli spettatori (presenti e potenziali).

Il corifèo è il rappresentante degli spettatori-cittadini.



G…CORIFÈO E CORO


Il Corifèo in origine era il rappresentante e la guida del Coro. Qui, in questa messa in scena, fa parte del Coro allargato, formato dagli spettatori-cittadini, e lo riassume e lo rappresenta partecipando con gli (altri quattro) attori allo sviluppo della tragedia. Si alza – dalla prima fila degli spettatori-cittadini che assistono seduti -, parla-agisce (in realtà soltanto agisce - sulla base della Voce Registrata, la sua Voce Fuori Campo), a volte suona l’organetto, danza, si risiede al suo posto.



H…MUSICA/RUMORI


Sonori naturali o artificiali pre-registrati (canti di uccelli, canto della balena?, temporale, carro trainato...)



I…PERSONAGGI


EDIPO intellettuale, EDIPO tiranno, EDIPO razionale.


1…EDIPO intellettuale: “i verbi usati con maggiore frequenza da Edipo sono verbi denotativi dell’attività mentale: cercare, trovare, sapere, apprendere, indicare, segnalare, chiarire’ “ (Bianca Maria Mariano)

2…EDIPO Tiranno:

a…Il possesso di Tebe si deve da parte di Edipo alla prestanza intellettiva che lo ha fatto trionfare sulla Sfinge (Paduano)

b…Edipo Tiranno amato dal popolo.

3…EDIPO intellettuale vittorioso: sconfigge la Sfinge e salva la città, governa lunghi anni bene la città, scopre l’assassinio di Laio e salva la città. (E’ sbagliato mettere l’accento sulla tragedia della parte finale della sua vita – nemmeno conclusiva, in conclusione c’è l’apoteosi a Colono - senza considerare la gioia precedente di buona parte della sua vita.)

4…EDIPO eroe.

a…“Una personalità capace di grandissime affermazioni di sé e sugli altri” (Paduano)

b…Edipo eroe intellettuale, eroe degli intellettuali: Edipo non è sconfitto intellettualmente (infatti risolve i problemi intellettuali), è sconfitto umanamente (perché vuole insieme la conoscenza e il potere).

5…EDIPO uomo e intellettuale razionale.

a…La ragione è il metodo e lo strumento precipuo con cui esercita la sua sovranità. (Paduano)

b…Edipo eroe “della scoperta metodica che muove da un principio e segue un percorso” (Vegetti)

c…Edipo indagatore fiducioso nelle sue capacità intellettuali e operative.


GIOCASTA IRRAZIONALE E RAZIONALE

1…”Sventurati”.

2…”Giocasta rifiuta nettamente la possibilità di quella previsione che costituiva una struttura portante del sapere indiziario, tanto medico quanto storiografico: la previsione non raggiunge nessuna certezza perché le cose umane sono dominate dalla sorte e dal caso.” (Vegetti)


TIRESIA MAESTRO DI VERITA’

Tiresia maestro e sovrano di un sapere arcaico, pre-razionale.

"Tiresia  rappresenta invece una forma positiva di sapere, che  si colloca in posizione simmetrica rispetto a quella di Edipo. Il  sigillo di questo sapere è segnato nettamente da un vocabolo del tutto estraneo al linguaggio di Edipo: è la verità, la aletheia, la visione totale e immediata delle cose e dello spessore del passato che le determina. Nel sistema semantico del testo, la aletheia di cui Tiresia è latore si oppone alla certezza, al saphes che costituisce il traguardo in cui la ricerca di Edipo, come quella dei medici, consolida le sue scoperte guadagnate nel tempo. Essa non richiede né tempo né il lavoro dell’indagine razionale: Tiresia è presentato fin dall’inizio come “il solo uomo cui sia connaturato il vero” (229). La verità che Tiresia possiede non è una conquista, è una prosecuzione della natura che egli non desidera né controlla ma che nutre in sé, ed è una verità potente: “nutro la forza del vero” (356) , egli ammonisce ripetutamente Edipo, Il suo pensare (phronein), che investe, nelle parole di Edipo, tutto quanto è in cielo e in terra, le cose che si possono insegnare e quelle ineffabili (300-1), è una facoltà che egli considera terribile, nociva a lui stesso, incontrollabile.
La forma del sapere di Tiresia si contrappone dunque al paradigma della techne medica, difficile da conquistare ma docile e giovevole all’uso, quella “scienza che si lascia comandare ed ha buona fortuna” di cui si parla nei Luoghi dell’uomo.
Allo stesso modo la sovranità di Tiresia si contrappone a quella di Edipo, re  o tiranno ma legato comunque al contesto di una polis. Il sistema di simmetrie e opposizioni che definiscono questa sovranità non è di solito individuato con sufficiente chiarezza. Tiresia non è un sacerdote di Apollo, o almeno non lo è nel modo dei sacerdoti funzionari del santuario. Il coro lo afferma nettamente fin dall’inizio: il suo sguardo ha la stessa potenza di quello di Apollo ed egli è sovrano al pari del dio (284) . Tiresia è dunque un re, ma un re senza palazzo né città, apolis: egli vive solo, lontano dalla città, non ha voluto parlare per salvarla dalla Sfinge, né vuol parlare ora di fronte al nuovo flagello; se è venuto è stato solo per la costrizione di Edipo, e perché ha dimenticato quanto sia terribile la conoscenza di cui è in possesso (316 ss.)
Tocca paradossalmente ad Edipo di costringere Tiresia riluttante  parlare di fronte alla città (358), di interrogare la sua verità potente ma inerte per inferirne le proprie certezze (284). E’ la razionalità di Edipo a produrre lo spazio di circolazione e di intelligibilità del sapere del suo antagonista, a rendere manifesto il suo valore d’uso; anche se, naturalmente, una volta che Tiresia ha pronunciato il suo discorso, egli è costretto a invalidarne la verità (la mantica non esiste, un cieco non può conoscere). Ed è in questo spazio che accadono le interferenze, le sovrapposizioni, gli spostamenti fra i linguaggi e i personaggi della tragedia.
La forma peculiare del sapere di Tiresia e della sua sovranità, estranea alla techne la prima, alla città la seconda, ne individua nettamente la collocazione in questo testo di Sofocle (altrove, esistono certamente altre figure del mantis). Egli è il mastre de vérité, il re di giustizia di cui ha parlato Detienne: dunque, per Sofocle e  nella città, un relitto maestoso ma arcaico, un fossile di sovranità. La sua verità, potente ma incontrollabile, e in qualche modo inconsapevole, è capace di mandare in frantumi le certezze di Edipo ma ha bisogno di lui per essere evocata e non è ulteriormente fruibile; alla  fine Tiresia si allontana dalla città non diversamente da Edipo."

da “Tra Edipo e Euclide”, Mario Vegetti, 1983


L...ATTORI


AZIONE. I cinque attori sono sempre in movimento – l’impietrimento assoluto è eccezionale, come nella vita anche sul palcoscenico.


VOCE e CORPO. Gli attori di Edipo Tiranno devono essere versatili nel modo di usare le sfumature della voce tanto quanto gli attori moderni sono versatili nel modo di usare le espressioni del volto: distinguendo gli elementi di disputa e di narrazione, del recitativo e del canto. (Baldry)


ATTORI:

1…Èdipo [Protagonista]

2…Giocasta

3…Sacerdote, Tiresia, Servo di Laio,  [Tritagonista]

4...Creonte, Nunzio dal Palazzo, Messaggero da Còrinto [Deuteragonista]

5…Corifèo


VOCI (fuori campo, pre-registrate): voce bassissima, bassa, normale, alterata, alta, altissima: tutti i toni, tutti i timbri, tutti i volumi.



M…RECITAZIONE


EDIPO vuol dire “Zoppo”, “Piede Gonfio”


1…IRONIA e METAFORA - BALBETTARE e ZOPPICARE

L’ironia (compresenza di due significati) ha a che fare con la metafora (compresenza di due immagini). Come rendere questa doppiezza propria dell’ironia (scritta e parlata) con la doppiezza propria della metafora (agita e mostrata)? Questo “dire senza voler dire” si può esprimere anche attraverso un “fare senza voler fare”? Attraverso gesti contraddittori? Gesti incontrollati? [Pensare a “Stranamore” di Kubrik] Attraverso contraddizioni tra il detto e il fatto, la parola e l’azione? Edipo – in qualche momento – balbetta? La difficoltà di parlare può rappresentare la difficoltà di proseguire? Balbettare vuol dire zoppicare?

2…Làbdaco è lo “Storpio”, Laio il “Sinistro”, Edipo lo “Zoppo”…



N…COSTUMI


a…Tutti: Maschere. Maschere di forme ULTRAMODERNE, elaborate senza alcuna tentazione e pretesa archeologica – oppure di forme PRECLASSICHE, secondo la tradizione letteraria greca che vuole Tespi, il creatore della tragedia, recitante all’inizio della sua attività di attore con un trucco facciale a base di biacca. Baldry)


Perché la maschera? La maschera favorisce:

1…l’azione comunicativa-espressiva del corpo intero (“Se non sei bravo ti faccio un primo piano” – Orson Welles)

2…il linguaggio delle cose (oggetti di scena simbolici: cappelli, corone, bastoni, scettri, gioielli, attrezzi da lavoro, armi, mantelli…)


Modello per il copricapo di Creonte

(Principe dei Gigli – dal Palazzo di Cnosso (il Labirinto) – Museo Iraklion – Creta)


Modello per la maschera di Giocasta

(provenienza ignota - età urartea – I millennio a.C. – avorio – Museo delle Civiltà Anatoliche – Ankara – vista con Alexandra alla mostra al Quirinale del feb 2007)



O…SCENA E COSTUMI


a…Ogni volta che un personaggio entra in scena lo spettatore-cittadino deve riconoscerlo dagli oggetti simbolici, significativi, che porta, indossa: corona di Edipo, cappello in mano del messaggero da Corinto, canna-bastone di Tiresia…

b…Mani nude, magliette nere a manica lunga. Uomini: pantaloni neri. Giocasta: gonna nera.


Èdipo (corona: in testa, in mano, a terra)

La corona: realizzarla sulla scorta della fotografia di Harold Edgerton, “Schizzo di latte” - 1936 – vedi Fotografia del XX secolo, Taschen, pagina 146 – regalata da Sofia)

Giocasta (capelli raccolti sulla nuca – forse in un morbido chignon e coperti da un lembo di stoffa (kekryphalos), al modo di Artemide nel fregio orientale del Partenone – vedi Museo dell’Acropoli di Atene , poi sciolti, e – naturalmente – “le belle fibbie d’oro”)

Sacerdote (corona  di mirto o di alloro)

Tiresia (cappuccio e canna-bastone)

Servo di Laio (cappello in mano)

Creonte (corona di bacche d’alloro, copricapo dei gigli…)

a…“capo coronato con bacche d’alloro” – leggi verso 83

b…diadema di fiori di gigli, al modo dell’affresco del Palazzo di Cnosso conosciuto come “Principe dei Gigli”

Messaggero da Corinto (cappello sulle spalle) - vedi il cappello in testa ad Èdipo – un pètaso - che ascolta la Sfinge nella pittura vascolare più nota…)

Messaggero dal Palazzo (nastro a trattenere i capelli)

Corifèo (scoppola sarda in Sardegna, paglietta di Firenze in Toscana, eccetera)



P…INSIEME DEL TESTO


a…L’argomento di Edipo Tiranno consta di un singolo avvenimento strutturato in “episodi” che hanno ciascuno un suo peso drammatico, non essendo meri passi verso un dato punto culminante (Baldry)


b…In Edipo Tiranno “curve e svolte improvvise”, “suspence”, “emozione della sorpresa” (Baldry)


c…Ognuna delle scene di Edipo Tiranno comporta un imprevisto colpo di scena (Baldry)



d…Edipo Tiranno sembra pieno di avvenimenti ed azione, mentre in realtà è costruita  su elementi di narrazione e discussione (Baldry)

 

 

 

***

 

 

 

IL TESTO

 

 

1...PRIMA DEL PROLOGO / ALBA


a…RUMORI FUORI SCENA. (Mentre gli spettatori ancora parlottano sistemandosi.) Rumori propri dell’alba. Canti di uccelli (il canto della civetta? il canto del merlo?), gracidare di rane (o frinire di grilli), un carro trainato da cavalli o da buoi. Attingere, forse, al sonoro di ‘Vita e Morte di’. (Siamo davanti ad un Palazzo del Tempo che Fu, il Tempo Miceneo – relativamente immerso nella natura.) Tre minuti  – al modo della OUVERTURE di un’opera musicale. Termina il brano di rumori naturali - artificiali.


b…KARAGHIOZIS. Dietro il telone dipinto - prospetto del Palazzo di Tebe, reso trasparente da una luce artificiale interna che s’accende – fuori, intorno agli spettatori-comparse-cittadini c’è il buio luminoso e trasparente della prima alba – assolvono LE OMBRE DI ÈDIPO E DI GIOCASTA che giocano amorosamente: Giocasta s’alza in piedi sul letto, si cinge la testa della corona reale di Èdipo, parodiandolo (cammina, tronfio e regale come un re, guardandosi intorno e guardando bene se gli altri lo guardano, alza il dito ad ammonire, ad indicare, a rassicurare, a incoraggiare…) Èdipo cerca di afferrarla, la rincorre, sul letto, nella stanza, ma non riesce a raggiungerla,  ridono, corrono, e ad un certo punto, come sentissero voci, si fermano, ascoltano (un colpo di tosse? il brusìo degli spettatori?). Èdipo recupera la corona - si spegne la luce interna, il prospetto del Palazzo torna opaco.



***



2...PROLOGO / PRIMA MATTINA



1...Èdipo esce dal Palazzo entrando in scena (con la corona in testa). Gli spettatori-comparse-cittadini tacciono. Èdipo si rivolge loro con queste parole (le prime parole di Èdipo descrivono la postura e l’atteggiamento degli spettatori-comparse-cittadini: sono seduti e sono venuti a chiedere aiuto: la Città, devastata dalla peste, è piena di paura e di dolore): “Figli, perché mai mi sedete qui incoronati con rami di supplici?” Edipo, re-padre (re-padre!... ironia sofoclea), mosso a compassione dall’atteggiamento dei cittadini-spettatori, si rivolge loro per sapere cosa li angustia. Èdipo, fin dal principio, uomo della esaltazione e della ostentata sicurezza di sé [orgoglioso della propria fama (Edipo “illustre”) della propria potenza (“Figli”) e della propria intelligenza (“ho già inviato Creonte” – chiaro risvolto intellettualistico: enfatica auto-presentazione seguita immediatamente dalla sottolineatura che è uscito per informarsi direttamente, senza la mediazione di informatori, rivendicando la propria volontà di acquisire una conoscenza diretta della situazione)]e, fin dal principio, fin dal corpo, intimamente contraddittorio [un uomo claudicante pronto all’azione].


2...Il prologo è dialogico e si articola in due scene, il dialogo di Èdipo e il Sacerdote, il dialogo tra Èdipo e Creonte.



2.1...DIALOGO EDIPO - SACERDOTE [Scena prima, versi 1 – 86]


1...Nella tragedia, gioia genuinamente ellenica per lo scioglimento dialettico del groviglio drammatico. Gioia così grande che in tal modo spira su tutta l’opera un soffio di superiore serenità.


2...Èdipo si rivolge ai cittadini per conoscere la ragione della loro supplica. Il suo contegno è quello di un sovrano benevolo, paterno. A nome di tutti parla un anziano sacerdote di Zeus: la città è in preda alla peste e i cittadini vogliono conoscere quali misure Èdipo intenda adottare per fronteggiare la drammatica situazione. La città ammalata è paragonata ad una nave in balìa delle onde, travolta da una tempesta di sangue, da cui non è in grado di sollevarsi da sola. I cittadini si appellano a Èdipo che in passato ha saputo liberare la città dalla piaga della Sfinge. Èdipo rassicura il Sacerdote: egli partecipa in prima persona al dolore per la città e ha inviato il cognato Creonte a Delfi, per interpellare l’oracolo intorno al come liberare la città. Al ritorno di questi, che dovrebbe ormai essere prossimo, egli è pronto ad adempiere scrupolosamente alle prescrizioni del dio.

 

 

EDIPO

(agli spettatori tutti)

Figli, perché sedete qui davanti a me come supplici? La città risuona d’invocazioni e di lamenti. Non mi pareva giusto, figli, sapere il perché da altri, e perciò sono venuto di persona, io, quell’Edipo illustre che tutti conoscono.

 

(al sacerdote di Zeus, seduto in prima fila.)

Parla tu, sacerdote di Zeus: sei il più adatto a parlare a nome loro. Perché siete qui seduti? Per un timore? Per un desiderio? Sono pronto a darvi tutto il mio aiuto.

 

SACERDOTE

(a Edipo)

Edipo, re di questa nostra terra, tu ci vedi seduti ai piedi dei tuoi altari, tu vedi la nostra età: alcuni non hanno ancora la forza per volare lontano; altri, appesantiti dagli anni, sono sacerdoti, io di Zeus; e questi (indicando giovani spettatori) sono giovani scelti.

 

La città, come vedi tu stesso, è scossa dai marosi e non può risollevare il capo dai gorghi della burrasca di sangue: si spegne nei germi che chiudono i frutti della terra, si spegne nelle mandrie dei buoi e nei parti infecondi delle donne. E la dea della febbre, la peste maligna, è piombata sulla città e la tormenta. Si svuotano le case dei tebani e il nero mondo degli Inferi si fa ricco di pianti e di singhiozzi.

 

Non già perché ti reputiamo pari agli dei, io e questi giovani ci prostriamo al tuo focolare, ma perché riconosciamo in te il primo fra gli uomini così nelle vicissitudini dell’esistenza come negli eventi causati dagli dei – come l’avvento della peste oggi, e della Sfinge ieri: sei tu che, arrivato alla nostra città, ci liberasti dal tributo alla dura cantatrice, senza nulla aver saputo, senza nulla aver appreso da noi. Ognuno dice, ognuno crede che per l’aiuto di un dio tu ci hai salvato la vita. Così anche ora, nostro potente sovrano, tutti scongiuriamo te, supplici ai tuoi piedi. Offrici una difesa, che tu abbia udito la voce di un dio o forse di un uomo: so bene che i consigli degli uomini esperti producono i risultati più felici.

 

E dunque tu, ottimo fra gli uomini, risolleva la città e salva la tua fama. Del tuo regno non ci avvenga di ricordare che risorgemmo solo per cadere di nuovo. No, salva questa città definitivamente. Con lieti presagi ci offristi la salvezza: mostrati anche oggi quale fosti allora. Se in futuro sarai ancora il re di questo paese, regnerai sopra una terra popolata d’uomini senz’altro meglio che in un deserto: rocca o nave abbandonate nulla sono, se nessuno le occupa.

 

EDIPO

Figli sventurati, conosco bene, siatene certi, i desideri che vi hanno spinto qui. So quanto soffrite tutti, eppure, per quanto soffriate, non c’è nessuno che soffra al pari di me. Ognuno di voi è colpito soltanto nel proprio, esclusivo dolore; ma il mio cuore geme per la città, per me, per te.

 

Voi non avete svegliato un uomo che dormiva: anzi sappiate che già molte lacrime ho pianto e molte strade ho percorso vagando col pensiero. E l’unico rimedio che a furia di riflettere sono riuscito a escogitare, l’ho subito messo in pratica: inviare mio cognato Creonte presso il santuario di Delfi ad Apollo a chiedere che cosa io debba fare per la salvezza di Tebe. Anzi, se calcolo il tempo trascorso fino ad ora, l’ansia mi assilla. Cosa gli sarà accaduto? Tarda più del previsto. Ma non appena sarà di ritorno, agirei da miserabile se non eseguissi alla lettera i dettami del dio.

 

SACERDOTE

Parli a proposito: Creonte si avvicina.

 

EDIPO

Apollo sovrano! Oh se ci portasse una speranza di salvezza, come farebbe presagire il suo passo deciso!

 

SACERDOTE

Sì, reca buone notizie, a quanto pare: altrimenti non si presenterebbe col capo coronato di bacche di alloro.

 

 

2.2...DIALOGO EDIPO - CREONTE [Scena seconda, versi 87 - 150]


1...La figura di Creonte esemplata sul Principe dei Gigli: sicuro, sereno. Già in questo primo dialogo con Creonte, Èdipo mostra sospetto della corte e paura del complotto: è un potente che teme di perdere il potere.


2...Edipo ancora, di nuovo, orgoglioso (“ho già chiamato Tiresia”)


3...Avvistato dal Sacerdote, sopraggiunge Creonte, che riferisce il responso dell’oracolo. Il dio ingiunge di allontanare dalla città la contaminazione causata dall’omicidio di Laio, bandendo o uccidendo il colpevole rimasto impunito. Del delitto, accaduto prima dell’arrivo di Èdipo alla città, sopravvive un testimone oculare il quale raccontò di un’aggressione da parte di predoni. Nessuna indagine fu eseguita dopo la morte di Laio per scoprire i responsabili, perché ci si trovò a fronteggiare la minaccia della Sfinge. Èdipo, dopo aver proclamato solennemente che si farà carico dell’assassino di Laio e di vendicare il suo precedessore, congeda i supplici, chiedendo che tutti i cittadini si radunino per ascoltare il suo bando.


(Entra Creonte)

 

EDIPO

(a Creonte)

Principe, cognato caro, qual è il responso del dio?

 

CREONTE

Un buon responso. Credimi, anche le situazioni più intollerabili, se imboccano la via giusta, possono risolversi in successi.

 

EDIPO

Ma l’oracolo qual è? Le tue parole non mi ispirano né fiducia né timore.

 

CREONTE

Vuoi che parli davanti a costoro (indicando il pubblico) o preferisci rientrare nella reggia?

 

EDIPO

Parla davanti a tutti: soffro per loro più che per la mia stessa vita.

 

CREONTE

Col tuo permesso, narrerò quel che ho udito dal dio. Apollo ci ordina esplicitamente di espellere, perché non divenga immedicabile, l’impurità che – dice il dio – è cresciuta e si è alimentata in questa terra.

 

EDIPO

E come dobbiamo purificarci? Qual è la natura del male?

 

CREONTE

Dobbiamo bandire i colpevoli o pagare morte con morte: è questo il sangue che tormenta la città.

 

EDIPO

Ma chi è l’uomo di cui il dio denuncia la morte?

 

CREONTE

Un tempo, o sovrano, prima che tu governassi, Laio fu re di questa nostra terra.

 

EDIPO

Lo so, ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai veduto.

 

CREONTE

Il dio ci impone a chiare lettere di punire con la forza i suoi uccisori, quali essi siano.

 

EDIPO

Dove possono essere? E dove mai rintracciare l’orma indecifrabile di questo delitto antico?

 

CREONTE

Qui, in questa terra, ha detto il dio. Chi cerca trova: basta volerlo.

 

EDIPO

Dove cadde ucciso Laio? Nella sua casa? Nei campi? O in terra straniera?

 

CREONTE

Andava, disse, a consultare l’oracolo, per domandare ad Apollo se il figlio che aveva fatto esporre fosse effettivamente morto. Ma una volta partito, non fece più ritorno.

 

EDIPO

Ma nessuno assisté al delitto? Un messo, un compagno di viaggio, da cui poter avere qualche indizio?

 

CREONTE

No, morirono tutti, tranne uno, che fuggì spaventato e di ciò che vide seppe riferire una cosa soltanto.

 

EDIPO

Che cosa? Anche un segno isolato può far capire tante cose, se solo ci concede un barlume di speranza.

 

CREONTE

Riferì che Laio fu aggredito dai briganti, e che in molti – non uno soltanto – lo uccisero.

 

EDIPO

Ma un brigante come avrebbe potuto spingersi a tanta audacia, se non fosse stato comprato, qui, con danaro?

 

CREONTE

Così pensarono tutti; ma nella sventura in cui eravamo precipitati non si levò nessuno a vendicare l’uccisione di Laio.

 

EDIPO

E quale sventura poteva distogliervi, di fronte al crollo di un regno, dall’appurare la verità?

 

CREONTE

La Sfinge, l’ambigua cantatrice, ci costrinse a badare al male presente e a trascurare quel mistero.

 

EDIPO

Ma io farò luce su tutto, ricominciando dal principio. A buon diritto Apollo e a buon diritto tu, avete dimostrato questa sollecitudine per il morto; e con piena giustizia mi vedrete pertanto al vostro fianco nel vendicare questa terra e il dio. Non già per amici lontani, ma per me stesso io cancellerò questa macchia: chi ha ucciso Laio, chiunque egli sia, può uccidere anche me con la stessa mano. E quindi giovo a me stesso, se vendico lui. Io non lascerò nulla di intentato. Con l’aiuto degli dei ci arriderà il successo, o precipiteremo nella rovina.

 

(Edipo rientra nel Palazzo con Creonte.)


(Il Sacerdote si siede – in prima fila.)

 

 

***

 

 

3...PÀRODO / MATTINA

(PÀRODO = parte della tragedia che segue immediatamente il Prologo. Consiste nel canto-danza d’ingresso del coro.)


S’alza dalla prima fila del pubblico il Corifèo. Agisce sulla base dei versi seguenti [Seconda coppia strofica (versi 168-177)]:

 

“Ahimè, sono infinite le sciagure che soffriamo.

Tutto il mio popolo è malato

Non c’è arma della ragione che ci possa difendere.

Non maturano i frutti

della mia terra gloriosa

Non si scioglie nel parto

Il travaglio delle donne.

L’uno dopo l’altro li vedi

Come rapidi uccelli

Con più foga di un fuoco inarrestabile

Precipitarsi

Alle rive del dio della notte.”

 

E di seguito danza.


Finita la danza il Corifèo si risiede in prima fila.

 

 

***

 

 

4...EPISODIO I / ORA MERIDIANA

 

4.1...Dialogo ÈDIPO – CORIFÈO / [Scena prima, versi 216 -  299]

 

(Rientra in scena Edipo)

 

EDIPO

(al Corifèo)

Otterrai soccorso e sollievo dal male se con fiducia ascolterai le mie parole e sarai pronto a curare l’impurità che ci opprime. Io qui parlerò come estraneo a quanto è stato detto e a quanto avvenne: da solo, senza alcun indizio, non farei molta strada in questa indagine.

 

(agli spettatori)

Ora pertanto, poiché solo dopo quel delitto fui annoverato tra i cittadini di Tebe, rivolgo a voi questo proclama: chiunque sappia chi ha ucciso Laio, riveli a me tutta la verità. Se teme per sé, si liberi spontaneamente della propria colpa: non dovrà patire altra pena se non andarsene via, ma incolume, in esilio; se invece qualcuno sa che l’assassino non è di questo paese, non mantenga il segreto: gli pagherò un compenso e avrà la mia riconoscenza. Ma se tacerete, se qualcuno di voi avrà timore per un amico o per se stesso e disprezzerà il mio editto, è bene che sappiate come agirò in questo caso. Ordino ai cittadini di questa terra, dove detengo il potere regale che nessuno dia ricetto o rivolga la parola a questo assassino, chiunque egli sia, né partecipi con lui a preghiere e sacrifici; ma tutti lo caccino via dalle proprie case, perché è lui la macchia che pesa su noi tutti, come poco fa mi ha rivelato l’oracolo del dio di Delfi. Così io mi pongo al fianco del dio e dell’ucciso. E prego che il colpevole, che sia rimasto ignoto dopo aver agito da solo o con l’aiuto di complici, finisca miseramente, miserabile qual è, i suoi miseri giorni. E prego ancora che se venisse, col mio consenso, alla mia casa, presso il mio focolare, mi tocchi la stessa sorte che ho augurato ad altri. Impongo a voi di attenervi scrupolosamente a queste disposizioni: per me, per il dio, per questa terra martoriata dalla sterilità, abbandonata dagli dei. E se anche l’indagine non fosse richiesta dal dio, sarebbe pur sempre doveroso che voi non lasciaste il delitto inespiato, ma indagaste a fondo: un uomo giusto, un re, è stato ucciso. Tanto più ora, dal momento che detengo il potere che un tempo deteneva Laio, e posseggo il suo talamo, la donna che entrambi abbiamo seminato, e avremmo generato una prole, una discendenza comune di figli, fratelli fra loro, se lui nella prole non avesse fallito... ma la disgrazia piombò sul suo capo; e dunque per lui, come fosse mio padre, combatterò questa battaglia, e farò ricorso a qualsiasi mezzo pur di stanare chi ha versato il sangue del figlio di Labdaco, del discendente di Polidoro e di Cadmo e dell’antico Agenore padre di Europa. E per chi trasgredisce prego gli dei che non gli lascino germogliare né frutti dalla terra né figli dalle donne, ma che frutti e figli siano soppressi dal destino che ci incalza, se non da un altro destino ancora più odioso.

 

CORIFEO

Poiché mi hai coinvolto nella tua imprecazione, parlerò, o mio sovrano. Non ho ucciso, né sono in grado di indicare l’uccisore. Quanto a ciò che cerchiamo, spettava ad Apollo, che mandò il responso, dire il nome del colpevole.

 

EDIPO

Hai ragione, ma nessun uomo può forzare la volontà degli dei.

 

CORIFEO

Allora vorrei dire un’altra cosa.

 

EDIPO

Anche una terza: continua pure.

 

CORIFEO

So che Tiresia, il profeta, vede quanto vede il profetico Apollo: se lo interroghi, potremo conoscere con chiarezza ogni cosa da lui.

 

EDIPO

Neppur questo ho tralasciato, ma su consiglio di Creonte ho inviato presso di lui due messaggeri; e già da un po‘ mi meraviglio che non si sia ancora presentato.

 

CORIFEO

Certo, corrono delle voci, ma troppo antiche, e inconsistenti.

 

EDIPO

Quali voci? Intendo verificare tutto quel che si dice.

 

CORIFEO

Venne ucciso – dissero – da certi viandanti.

 

EDIPO

Anch’io l’ho sentito dire; ma un testimone, nessuno lo ha mai visto.

 

CORIFEO

Sì, ma se appena è vulnerabile alla paura, a udire quelle tue tremende imprecazioni, il colpevole si farà vivo.

 

EDIPO

Chi non ha paura di agire, non teme nemmeno le parole.

 

CORIFEO

Ma c’è chi lo può smascherare: ecco infatti che sta arrivando il profeta ispirato dagli dei, il solo fra gli uomini che possegga, intatta, la verità.

 

 

***

 

 

4.2...DIALOGO ÈDIPO - TIRESIA [Scena seconda, versi 300 - 462]

 

1...Èdipo manifesta la violenza e l’arroganza del potere che vuole mantenersi a tutti i costi, Tiresia manifesta la corrosività e distruttività della verità che deve affermarsi a tutti i costi. Arroganza del potere, arroganza della verità. Arroganza derivante dal possesso del potere, arroganza derivante dal possesso della verità. Tragedia della potenza, tragedia della conoscenza.

 

 

EDIPO

O tu che ogni cosa discerni, aperta o segreta, del cielo e della terra: tu comprendi, o Tiresia, anche se con gli occhi non vedi, da quale morbo la città è contagiata. Di fronte ad essa noi riconosciamo in te, nostro profeta, l’unico difensore, l’unico salvatore. Apollo, se già non lo hai udito dai messaggeri, alla nostra domanda ha risposto che potremo liberarci da questo contagio solo se, scoperti gli uccisori di Laio, li manderemo a morte o li cacceremo in esilio. E dunque tu non negare a noi né i presagi degli uccelli né altra via della divinazione: salva te stesso e la città, salva me. Siamo nelle tue mani. L’impegno più bello, per un uomo, sta nell’aiutare con ogni mezzo e risorsa i propri simili.

 

TIRESIA

(parlerà di seguito non ‘guardando’ mai in direzione di Edipo)

Ahimè! Com’è terribile sapere, quando il sapere non giova a chi sa! E pensare che ne ero ben consapevole; ma l’ho dimenticato: altrimenti non sarei venuto.

 

EDIPO

Che dici? Perchè questo scoramento?

 

TIRESIA

Lasciami tornare a casa. Se mi dài retta, più agevolmente sopporterai il tuo destino, ed io il mio.

 

EDIPO

Le tue parole sono ingiuste. Tu non dimostri riconoscenza verso la città che ti ha nutrito, se ci privi dei tuoi responsi.

 

TIRESIA

Ma vedo che anche tu parli a sproposito; e quindi bada a non cadere nello stesso errore... (si interrompe, si volta, fa un passo allontanandosi)

 

EDIPO

No, in nome degli dei, non voltarti indietro, se tu sai: noi tutti ci inchiniamo supplici davanti a te.

 

TIRESIA

Già, perché voi tutti ignorate... Non aspettarti che io riveli la mia disgrazia... o per meglio dire la tua!

 

EDIPO

Come? Sai e non parli? Vuoi tradirci? Vuoi annientare la città?

 

TIRESIA

Non intendo recare dolore né a me né a te. Perché insisti con queste inutili domande? Da me non saprai nulla.

 

EDIPO

Dunque non parlerai, infame tra gli infami? Faresti perdere la pazienza anche a una pietra! Continuerai a mostrarti così insensibile, così ostinato?

 

TIRESIA

Mi rinfacci la mia collera, ma non vedi quella che cova dentro di te: anzi mi rimproveri.

 

EDIPO

E chi non si sdegnerebbe a udire queste parole che denunciano il tuo disprezzo per la nostra città?

 

TIRESIA

Ogni cosa accadrà da sé, anche se la copro col silenzio.

 

EDIPO

Tanto più mi devi dire che cosa accadrà.

 

TIRESIA

Non dirò una parola di più. Perciò, se credi, sfoga la tua ira più selvaggia.

 

EDIPO

Sì, indignato come sono, nulla tacerò di quanto ho capito. Ebbene, sappilo pure, io credo che quel delitto lo hai ideato e perpetrato tu, salvo a non uccidere materialmente; ma se tu non fossi cieco, direi che anche il colpo finale fu opera tua.

 

TIRESIA

Davvero? E allora ti suggerisco di attenerti all’editto che tu stesso hai proclamato, e di non rivolgere d’ora in poi la parola né a costoro né a me: perchè sei proprio tu l’essere immondo che ha contaminato questa terra.

 

EDIPO

Hai l’impudenza di lanciare una simile accusa? E come pensi di sfuggire al castigo?

 

TIRESIA

Sfuggire al castigo? Sono già salvo: ho la forza della verità.

 

EDIPO

E chi te l’ha insegnata? Non certo la tua arte.

 

TIRESIA

Me l’hai insegnata tu: sei tu che mi hai costretto a parlare.

 

EDIPO

E per dire cosa? Avanti, ripeti: voglio capire meglio.

 

TIRESIA

Non hai capito, prima? O vuoi mettermi alla prova?

 

EDIPO

No, non ho capito bene. Dunque ripeti.

 

TIRESIA

Sei tu l’assassino che cerchi.

 

EDIPO

Non avrai di che rallegrarti, se ripeti questa accusa.

 

TIRESIA

Devo dire di più, per esacerbare la tua collera?

 

EDIPO

Di’ quel che ti pare: sono parole sprecate.

 

TIRESIA

Dico che tu convivi in unione incestuosa con i tuoi e non vedi l’abisso infame in cui sei precipitato.

 

EDIPO

Credi che potrai continuare impunemente a parlare così?

 

TIRESIA

Sì, se la verità conserva i suoi diritti.

 

EDIPO

Certamente, ma non per te: perché tu sei cieco negli occhi, nelle orecchie e nella mente.

 

TIRESIA

E tu sei un mentecatto: lanci accuse che ben presto ognuno ritorcerà contro di te.

 

EDIPO

Ti nutri di una notte senza fine: non puoi proprio nuocere né a me né a nessun altro, che veda la luce del sole.

 

TIRESIA

Come no? E infatti non è destino che tu soccomba per mano mia. Basta Apollo, a cui preme di far giustizia.

 

EDIPO

È tua la trovata, o di Creonte?

 

TIRESIA

Sei tu la tua rovina, non Creonte.

 

EDIPO

O ricchezza! O potere! Arte che ogni arte vinci nelle rivalità dell’esistenza! Quanta invidia si cova a causa vostra, se per questo regno che la città ha post nelle mie mani, dono non richiesto, il fido Creonte, l’amico dei primi giorni, mira con trame occulte a cacciarmi dal trono, mandando avanti questo stregone che fabbrica tranelli, questo ciarlatano che pensa solo ad arraffare ma nella sua arte è cieco dalla nascita. Avanti, rispondi: quando mai ti sei dimostrato un vero indovino? Com’è che al tempo in cui la Sfinge imperversava coi suoi indovinelli, tu non pronunciasti la parola che salvasse i tuoi concittadini? E sì che non toccava al primo venuto svelare l’enigma: occorreva quell’arte profetica che non dimostrarti di aver appreso né dagli uccelli né da un dio. E inceve proprio io, Edipo, io che nulla sapevo, appena giunto ammutolii la Sfinge con la forza della mia intelligenza. Quest’uomo tu cerchi di cacciare, nella speranza di sedere accanto al trono di Creonte. Ma credo che tu, e colui che ha ordito la trama, pagherete con le lacrime l’espulsione del contagio; e se non ti vedessi così decrepito, impareresti a tue spese quanto sei impudente.

 

CORIFEO

A nostro parere (lanciando uno sguardo panoramico agli spettatori) le tue parole, o Edipo, come già le sue, sono state dettate dalla collera. Non abbiamo certo bisogno di questi sfoghi, quqanto piuttosto di trovare il modo per adempiere al responso del dio.

 

TIRESIA

(a Edipo)

Anche se tu sei un re, mi spetta il diritto di risponderti da pari a pari. Non sono schiavo tuo, ma di Apollo, l’Ambiguo – né mi si potrà catalogare fra i protetti di Creonte. E dal momento che mi hai rinfacciato anche la mia cecità, allora io ti dico: sì, tu hai gli occhi, ma non riesci a vedere in quale miseria sei caduto, né dove abiti, né con chi vivi. E sai forse da chi sei nato? Neppure immagini che sei in odio ai tuoi, fra i morti e sulla terra. La sferza doppia della maledizione, e di padre e di madre, ti scaccerà da questa terra con artigli inesorabili. Adesso guardi dritto, ma presto non vedrai altro che tenebra. Quale contrada non sarà un porto alle tue grida, quale montagna non farà eco alla tua voce, quando comprenderai il canto nuziale a cui veleggiasti in questa casa, fortunata rotta ma sfortunato approdo? E non scorgi la congerie di quegli altri mali che a te stesso ed ai tuoi figli ti mostreranno uguale? E allora infanga pure Creonte, infanga questa mia bocca: nessun mortale sarà stritolato più miseramente di te.

 

EDIPO

Ma si possono tollerare, si possono udire, da lui, queste parole? Vattene in malora, e subito. Via da questa casa! Torna da dove sei venuto.

 

TIRESIA

Se non mi avessi cercato tu, neppure sarei venuto.

 

EDIPO

Né io ti avrei fatto venire, se avessi previsto quali sciocchezze avresti tirato fuori.

 

TIRESIA

Bene! Apparirò folle a te, ma saggio ai tuoi genitori, quelli che ti hanno generato. (si volta, fa tre passi nella direzione dalla quale è venuto)

 

EDIPO

Chi? Aspetta. Chi mi ha generato?

 

TIRESIA

Questo giorno ti farà nascere e morire.

 

EDIPO

I tuoi soliti indovinelli, le tue fumisterie!

 

TIRESIA

E non sei tu il grande scopritore di enigmi?

 

EDIPO

Tanto più grande mi vedrai in ciò che mi rinfacci.

 

TIRESIA

Quella vittoria ti ha perduto.

 

EDIPO

Non m’importa, se ho salvato questa città.

 

TIRESIA

Bene. Andrò.

 

EDIPO

Benissimo: vattene. La tua presenza mi dà fastidio. Lèvati di torno: mi libererai di un peso.

 

TIRESIA

Vado, ma prima voglio dire perchè sono venuto, senza timore della tua faccia: tu non puoi farmi del male. E allora ti dico: lúomo che cerchi da tempo, lanciando minacce e proclami per la morte di Laio, quell’uomo è qui: uno straniero, in apparenza, un immigrato; ma poi verrà alla luce che è nato a Tebe, nè avrà da rallegrarsi della scoperta. Vede, e sarà cieco; è ricco, e sarà mendicante. Vagherà in terra straniera, brancolando col bastone. E si scoprirà che è fratello e padre dei figli con i quali vive, figlio e sposo della donna da cui è nato, assassino del padre con cui ha seminato lo stesso solco. Adesso rientra nel Palazzo e rifletti. Se troverai che ho mentito, di’ pure che dell’arte profetica io non so nulla.

 

 

(Tiresia esce di scena – dalla parte dalla quale è entrato. Edipo rientra nel Palazzo.)

 

***

 

 

5...STÀSIMO I / CANTO. Prima coppia strofica (versi 463-482).

(STÀSIMO = il canto che il Coro esegue dopo aver occupato il posto che gli spetta sull’orchestra (esso si distingue dunque dal canto d’entrata, la parodo). Strutturato in strofi liriche dalla tipica successione triadica (strofe, antistrofe, epodo) e caratterizzato da una marcata coloritura dialettale dorica, lo stàsimo costituisce l’elemento di separazione fra gli Episodi.


Il Corifèo si alza, agisce sulla base della Voce Fuori Campo.

 

Chi

La rupe fatidica di Delfi

Accusa d’aver compiuto

Con le mani sanguinanti

Il delitto più nefando?

L’ora è giunta per lui

Di correre più veloce

Di tumultuose cavalle.

Armato di folgori balenanti

Su di lui si avventa

Il figlio di Zeus

E tremende lo incalzano

Le vendicative figlie della Notte.

 

Or ora ha tuonato

Nitida dal monte Parnaso

La parola di Apollo:

“braccate l’ignoto assassino”.

E già lui, toro solitario,

Misero col misero piede

Vaga per selve selvagge,

Per grotte, fra rocce,

Per schivare il responso dettato

Dall’ombelico del mondo;

Ma l’oracolo vive in eterno

E perennemente gli vola intorno.

 

Il Corifèo danza. (Una dnza adatta, tenendo conto che deve in qualche modo essere una descrizione dell’immaginaria fuga dell’omicida di Laio, prima cavallo in corsa poi toro che vaga infelice e solitario.


Finita la danza, il Corifèo si risiede al suo posto in prima fila.

 

 

***

 

 

6...EPISODIO II / ORA POMERIDIANA

 

SCONTRO tra Edipo e Creonte – DIALOGO LIRICO con il Coro – DIALOGO  tra Edipo e Giocasta.

 

 

6.1...DIALOGO CREONTE  - CORIFÈO. Episodio Secondo - Scena Prima (versi 513 – 531)

 

Entra in scena Creonte (con un copricapo diverso dal precedente: ora elmo in avorio da Cnosso, pagina 413 o 437!) con atteggiamento decisamente diverso dall’entrata in scena precedente: ora non è più sicuro e sereno, ma ombroso e irato.

 

CREONTE

(agli spettatori – compreso il Corifeo)

Cittadini, ho saputo che Edipo, il nostro sovrano, lancia accuse roventi contro di me. È una cosa per me intollerabile e perciò sono venuto qui. Se egli ritiene di aver subìto, proprio nel mezzo delle attuali calamità, un torto da parte mia con parole o con atti, ebbene, se debbo portare questo marchio d’infamia, non mi resta alcun desiderio di vivere ancora a lungo. Il danno che mi deriva da questa accusa non è affatto lieve, anzi è gravissimo, se i concittadini e tu e i miei cari mi direte traditore.

 

CORIFEO

Ma forse l’insulto gli sfuggì più per un impeto d’ira che per intima convinzione.

 

CREONTE

Non è stato detto esplicitamente che Tiresia avrebbe mentito perché istigato dai miei consigli?

 

CORIFEO

Sì, è stato detto, ma non so con quale intendimento.

 

CREONTE

Con occhi fermi, e con mente salda, pronunciò questa accusa contro di me?

 

CORIFEO

Lo ignoro: io non indago su quel che fanno i miei padroni. Ma ecco, esce proprio ora dal Palazzo.

 

 

***

 

 

 

6.2...SCONTRO CREONTE – ÈDIPO (realizzare uno SCONTRO in teatro. Il DIALOGO ha una struttura di movimenti diversi dallo SCONTRO. Piano fluido – campo/controcampo.) Episodio Secondo - Scena  Seconda (versi 532 – 633)


1…Creonte ragionevole, Èdipo irragionevole: il potere è arbitrario e fa sragionare. Èdipo è stato filosofo, è potente. (“sei pazzo perché non sai tenere insieme il prima e il poi” Omero, Iliade). Èdipo è stato filo-sofo (amante della conoscenza), è filo-crate (amante del potere). Versi 538-542: Èdipo maschera il modo in cui ha conquistato il potere: lo ha conquistato con l’intelligenza: infatti Edipo è un tiranno, non un Re. (‘Edipo Tiranno’ è il titolo del dramma). Questa la differenza fondamentale tra la filosofia e la filocratia: la conoscenza conquistata si deve conquistare continuamente, il potere conquistato si può perdere continuamente. Il potere si deve mantenere, la conoscenza rinnovare. Il potente è sospettoso, il filosofo è amoroso.

2…Ancora simpatico Creonte, ancora arrogante Èdipo – fino a che crolla (alla fine) ridiventando da amante del potere amante della conoscenza.

3…Altra considerazione: spietato il potere, spietata la conoscenza, spietato il potere che si difende, spietata la conoscenza che si svela: due meccanismi senza pietà – spietati appunto.

4…Rispettare la sticomìtia (cambio di battuta ad ogni verso: vv.557-571, 576-582, 622-625) e la ripresa (cambio di battuta all’interno dello stesso verso vv. 626-629)

 

EDIPO

(a Creonte)

Tu... ehi tu! Come hai osato presentarti qui? Sei così sfrontato da venire nella mia casa, tu che in tutta evidenza sei il mio assassino, colui che attenta al mio regno? Avanti, parla, in nome degli dei, hai visto in me qualche bassezza, qualche sintomo di demenza che ti abbia indotto ad agire così? O pensavi che non mi sarei accorto di questo tuo complotto strisciante o che, appena lo avessi scoperto, non sarei corso ai ripari? Non è insensato il tuo progetto di dar la scalata al potere senza l’appoggio delle masse, o almeno degli amici? No, il potere si conquista soltanto col soccorso delle masse e del danaro.

 

CREONTE

Sai cosa devi fare? Ascolta da pari a pari la mia replica e poi, dopo aver ascoltato, decidi da solo.

 

EDIPO

Tu sei abile a parlare, ma io sono inabile ad ascoltarti, da quando ti sei dimostrato il mio peggiore nemico.

 

CREONTE

Ma prima, proprio su questo punto, ascoltami.

 

EDIPO

E tu, proprio su questo punto, non negare di essere un traditore.

 

CREONTE

Ti sbagli di grosso se credi che l’ostinazione più scriteriata sia un buon acquisto.

 

EDIPO

E tu ti sbagli di grosso se credi di poter far del male a un tuo congiunto senza patirne le conseguenze.

 

CREONTE

Perfettamente d’accordo; ma tu spiegami il torto che avresti ricevuto da me.

 

EDIPO

È vero o non è vero che mi hai suggerito tu di mandare a chiamare quel santo profeta?

 

CREONTE

Ribadisco di averti consigliato in bene.

 

EDIPO

Quanto tempo è trascorso da quando Laio...

 

CREONTE

Ha fatto cosa? Non capisco.

 

EDIPO

...scomparve di morte violenta?

 

CREONTE

Bisognerebbe risalire molto indietro nel tempo.

 

EDIPO

Fino da allora il nostro bel profeta praticava la sua arte?

 

CREONTE

Sì, ed era valente e stimato quanto adesso.

 

EDIPO

E fece menzione di me, a quel tempo?

 

CREONTE

No, mai, per lo meno in mia presenza.

 

EDIPO

Ma non indagaste su quella morte?

 

CREONTE

Certamente, ma senza alcun risultato.

 

EDIPO

E dunque perché mai il gran saggio non le fece allora queste rivelazioni?

 

CREONTE

Non so: non mi piace parlare di ciò che ignoro.

 

EDIPO

Ma questo lo devi sapere, e lo devi dire, se non sei uscito di cervello...

 

CREONTE

Che cosa? Se lo so, non tacerò.

 

EDIPO

Che lui, se non si fosse messo d’accordo con te, non mi avrebbe mai accusato dell’assassinio di Laio.

 

CREONTE

Se hai detto questo, vuol dire che nessuno lo sa meglio di te; ma credo di aver diritto a interrogarti proprio come tu fin qui hai fatto con me.

 

EDIPO

Domanda! Non scoprirai in me un assassino.

 

CREONTE

Bene. Hai sposato mia sorella?

 

EDIPO

Non posso negarlo.

 

CREONTE

E non regni su questo paese condividendo con lei la medesima porzione di potere?

 

EDIPO

Sì: lei ottiene da me tutto quel che desidera.

 

CREONTE

E io non sono pari a voi due?

 

EDIPO

Ma proprio in questo ti riveli un falso amico.

 

CREONTE

No, non è vero. Basta che tu segua il filo del mio ragionamento. Considera, in primo luogo, se qualcuno, pur disponendo del medesimo potere, preferirebbe regnare nel terrore piuttosto che dormire sonni tranquilli. Ebbene io, al pari di qualunque persona di buon senso, non sono nato con la smania di essere un re piuttosto che vivered a re. Ora ho tutto da te, senza patemi; ma se regnassi personalmente, quante cose non dovrei fare mio malgrado! Perché mai il potere mi dovrebbe essere più dolce di un prestigio e di un’autorità senza affanni? Non sono un illuso: non mi interessano onori privi di utilità. Adesso tutti mi vogliono bene, tutti mi salutano, tutti chiedono il mio appoggio, se vogliono arrivare a te, perché da esso dipende l’esaurimento delle loro richieste. Perché mai dovrei rinunciare a tutto questo per mirare a ciò che non ho? Chi ragiona bene, male non fa. Io non ho mai accarezzato di questi sogni, né mi farei mai complice di chi ordisse attentati. Vuoi una conferma? Va’ a Delfi ad accertare se non ti ho riferito fedelmente il responso dell’oracolo; poi, se scopri che ho tramato qualche complotto d’intesa con l’interprete dei portenti, allora mandami a morte non già con un solo voto, ma con due, il tuo e il mio; non accusarmi sulla base di un semplice sospetto, soggettivo e indimostrato. Non è lecito considerare alla cieca buoni i malvagi e malvagi i buoni. Sbarazarsi di un amico fidato è lo stesso, per me, che sbarazzarsi della propria vita: sì, della vita, che per ognuno è il bene più prezioso. E col tempo comprenderai sicuramente tutto questo: perché solo il tempo rivela l’uomo giusto; il malvagio, invece, lo riconosci in un giorno solo.

 

CORIFEO

(a Edipo)

Se ami la verità, devi ammettere, mio sovrano, che ha parlato bene. Chi dà giudizi affrettati non può raggiungere la certezza.

 

EDIPO

Ma se chi trama nell’ombra avanza rapidamente, io devo reagire con prontezza. Se lo aspetterò con le mani in mano, lui raggiungerà la mèta, e io fallirò il bersaglio.

 

CREONTE

Allora che vuoi? Cacciarmi da questa terra?

 

EDIPO

Niente affatto: voglio la tua morte, non il tuo esilio.

 

CREONTE

D’accordo, purché tu mi spieghi la ragione di tanto livore.

 

EDIPO

Dunque non intendi arrenderti? Rifiuti di obbedire?

 

CREONTE

Certo, perché vedo che sragioni.

 

EDIPO

E invece ragiono, ma nel mio interesse.

 

CREONTE

Anche nel mio, dovresti.

 

EDIPO

Sei un essere spregevole

 

CREONTE

E se tu non avessi capito niente?

 

EDIPO

Devi obbedire lo stesso.

 

CREONTE

No, se tu non sai governare.

 

EDIPO

O città! O città!

 

CREONTE

È anche la mia città, non solo la tua.

 

CORIFEO

(a entrambi)

 

Basta, principi! Vedo che Giocasta esce dal Palazzo proprio al momento giusto. Col suo aiuto, cercate di appianare questo alterco.

 

 

***

 

 

6.3...DIALOGO/SCONTRO GIOCASTA – CREONTE - EDIPO / Episodio Secondo - Scena  Terza (versi 634 – 648)



1…Appena entra il scena, Giocasta si rivolge a Edipo e a Creonte che altercano, chiamandoli “sventurati” -  talaiporoi - quasi oltrepassando la realtà del momento (perché due che altercano dovrebbero essere definiti “sventurati”?) e quasi fosse, fin dall’inizio, conscia del destino funesto di Edipo, lo supplica, in nome degli dèi di non cercare, di non indagare, e infine, come chiudendo un anello, prima di chiudersi nel silenzio e uscire di scena, chiamerà Edipo “sventurato” - dyspotme, dystene v. 1068; v. 1071). Bianca Maria Mariano

2…Giocasta nella parte centrale del suo intervento appare come donna estremamente razionale: essa esige di “apprendere” -  manthanein - il motivo della contesa tra Edipo e Creonte, esige che Edipo le “spieghi” – didaxon - non crede agli oracoli (v. 707 s.) Bianca Maria Mariano

3...Ad un certo punto, arriva un temporale (rumori fuori scena, luci attenuate).



(Entra Giocasta)

 

GIOCASTA

(a Edipo e Creonte)

Perché, sciagurati, avete acceso questa zuffa? E non vi vergognate, mentre la città è ammorbata, a rimestare rancori personali? Rientra nel Palazzo, Edipo, e tu nella tua casa, Creonte. Non trasformate una cosa da nulla in un grande dolore.

 

CREONTE

Edipo, il tuo sposo, ritiene giusto colpirmi duramente, scegliendo fra due punizioni, o l’esilio o la morte.

 

EDIPO

Confermo: l’ho sorpreso, o donna, che tramava un ignobile complotto contro la mia persona.

 

CREONTE

Che ogni gioia mi svanisca, che maledetto io muoia se ho fatto una sola delle cose di cui mi accusi!

 

GIOCASTA

In nome degli dei, fidati di lui, Edipo: rispetta questo sacro giuramento, rispetta me, rispetta costoro che ti sono dinanzi.

 

 

***

 

 

7...KOMMÓS / “Canto di lutto a voci alterne”: EDIPO – CORIFEO – CREONTE – GIOCASTA / (versi 649 – 684)

 

 

CORIFEO

Ascolta, rifletti, cedi, mio sovrano,

Te ne supplico.

 

EDIPO

E in che cosa dovrei cedere?

 

CORIFEO

Rispetta

Chi prima stolto non era

E adesso per giuramento è sacro.

 

EDIPO

Sai cosa mi chiedi?

 

CORIFEO

Lo so.

 

EDIPO

Di’ cosa intendi.

 

CORIFEO

L’amico che ha attirato su di sé la maledizione

Non mettere sotto accusa,

Non disonorarlo

Per un oscuro sospetto.

 

EDIPO

Se questo è quello che cerchi, sappi senz’altro che tu cerchi la mia morte, o il mio esilio.

 

CORIFEO

No, per il dio

Che fra gli dei è primo,

No, per il Sole:

Che io muoia,

Abbandonato dagli dei e dagli amici,

La morte più miserabile,

Se a questo miro.

Ma io soffro:

Questa terra che si spegne

Mi consuma l’anima,

Se ai mali antichi

Si sommeranno questi mali nuovi

Che nascono da voi due.

 

EDIPO

E vabbene, se ne vada tranquillo: non importa se sono condannato a morire senza scampo, o a venir cacciato a forza, e con vergogna, da questa terra. Ho pietà delle tue parole dolenti, non certo delle sue. Lui, ovunque si troverà, avrà il mio odio.

 

CREONTE

Cedi non senza risentimento, è chiaro, ma con la stessa inteolleranza che dimostri quando eccedi nella collera: caratteri come il tuo sono di peso a se stessi, inevitabilmente.

 

EDIPO

Vuoi levarti di mezzo?

 

CREONTE

D’accordo, vado, incompreso da te: però, ai loro occhi, lo stesso uomo di prima.

 

(Creonte esce)

 

CORIFEO

(a Giocasta)

Perché, donna,

Tardi a ricondurlo a casa?

 

(Edipo e Giocasta rientrano nel Palazzo.)

 

 

***

 

 

 

8...DIALOGO ÈDIPO – GIOCASTA (realizzare scenicamente quello che il dialogo è testualmente, drammaturgicamente, UN DIALOGO CONIUGALE, UN COLLOQUIO INTIMO TRA DUE SPOSI) / Episodio Secondo - Scena  Quarta (versi 696 – 862)


KARAGHIOZIS. Dal verso 696 al verso 862 Edipo e Giocasta, rientrati nel Palazzo, dialogano. Si illumina da dentro la facciata del Palazzo – come all’inizio dell’opera – e in trasparenza vediamo agire Giocasta ed Edipo. Agiscono, ma non si toccano.

 

 

GIOCASTA

In nome degli dei, spiega anche a me, sovrano, per quale ragione hai concepito tanta ira.

 

EDIPO

Te lo dirò: è colpa di Creonte, del complotto che ha ordito contro di me.

 

GIOCASTA

Parla, se puoi provare la sua responsabilità.

 

EDIPO

Afferma che sono io l’assassino di Laio.

 

GIOCASTA

Perché lo sa di persona o perché lo ha udito da altri?

 

EDIPO

Ha mandato avanti quell’indovino miserabile; lui, per conto suo, non intende compromettersi.

 

GIOCASTA

Assolviti pure dall’accusa di cui parli, e dàmmi retta: cerca di capire che nessuno al mondo è veramente in possesso dell’arte divinatoria. Te ne voglio dare la prova in poche parole. Un giorno fu predetto a Laio – non dirò da Apollo, ma certo dai suoi ministri – che era suo destino morire per mano del figlio che fosse nato da me e da lui. Ebbene Laio venne assassinato, come corse voce, da briganti stranieri a un crocicchio. E non erano trascorsi tre giorni dalla nascita del bimbo che il padre lo fece abbandonare, con le caviglie legate, sopra un monte inaccessibile. Così Apollo non mandò ad effetto  né che il figlio diventasse assassino del padre né che Laio morisse, come temeva, per mano del figlio. Eppure erano questi i fatti che voci di profeti avevano sancito: di esse tu non ti curare. Ciò che veramente vuole, il dio lo rivela agevolmente da sé.

 

EDIPO

Che smarrimento, che turbamento dell’anima mi ha preso ad ascoltare le tue parole, o donna!

 

GIOCASTA

Perché ti volti indietro? Che ansia ti sconvolge?

 

EDIPO

Mi è parso di udire da te che Laio fu assassinato al crocevia di tre strade.

 

GIOCASTA

Così fu detto, e nessuno ha smentito.

 

EDIPO

Dove si trova il luogo del delitto?

 

GIOCASTA

Nella Focide, là dove due strade convergono, da Delfi e da Daulia.

 

EDIPO

Quanto tempo è trascorso da quel giorno?

 

GIOCASTA

La notizia fu portata in città poco prima che tu fossi riconosciuto re di questo paese.

 

EDIPO

O Zeus, che vuoi fare di me?

 

GIOCASTA

Quale pensiero, Edipo, ti opprime?

 

EDIPO

Non farmi domande, per il momento. Dimmi piuttosto: quale aspetto, e quale età, aveva Laio?

 

GIOCASTA

Era alto, coi capelli appena incanutiti: non molto diverso da te, nella figura.

 

EDIPO

Ahimè, disgraziato! Forse poco fa ho scaglaito contro me stesso, senza saperlo, orrende maledizioni.

 

GIOCASTA

Che dici? Tremo a guardarti, mio signore.

 

EDIPO

Mi ha preso uno scoramento indicibile: forse l’indovino ha visto giusto. Capirò meglio, se mi dirai ancora una cosa.

 

GIOCASTA

Ho paura, ma risponderò alle tue domande.

 

EDIPO

Andava con piccola scorta, o con un largo seguito di armati, come si conviene a un re?

 

GIOCASTA

Erano cinque in tutto, compreso un araldo: e andavano sullo stesso carro.

 

EDIPO

Ahimè! Tutto è chiaro. Chi, o donna, vi recò la notizia?

 

GIOCASTA

Un servo. Fu l’unico superstite.

 

EDIPO

Vive tuttora in questo Palazzo?

 

GIOCASTA

No. Appena tornato di laggiù, come vide che detenevi tu il regno del morto Laio, mi scongiurò di mandarlo nei campi a pascolare gli armenti, per non rivedere mai più questa città. Io lo accontentai: non era che un servo, ma avrebbe meritato un favore anche più grande di questo.

 

EDIPO

Non si potrebbe farlo venire subito qua?

 

GIOCASTA

Sì, è possibile; ma perché lo desideri?

 

EDIPO

Temo, o donna, di aver già detto troppe cose che giustificano il mio desiderio di vederlo.

 

GIOCASTA

Certo, verrà; ma ho il diritto anch’io, mio signore, di sapere che cosa ti opprime.

 

EDIPO

E non ti sarà negato, tanto più che sono giunto a così cupi presentimenti. A chi meglio che a te potrei rivolgermi in un simile frangente? Mio padre è Pólibo di Córinto, mia madre, Merope, una dorica. A Córinto ero considerato il cittadino più ragguardevole, finché mi capito un incidente, sorprendente certo, ma sproporzionato all’agitazione che mi causò. Durante un banchetto un tale, ormai ubriaco, fra una bevuta e l’altra mi chiamò bastardo. Io, quel giorno, per quanto irato, mi trattenni, ma l’indomani andai ad interrogare mio padre e mia madre, che si sdegnarono aspramente contro colui che aveva osato pronunciare quell’insulto. Io mi sentii rasserenato dalla loro reazione, ma quella parola non cessava di torturarmi, tanto profondamente si era insinuata in me. Così, senza confidarmi con mia madre e mio padre, mi recai a Delfi. Apollo rifiutò di rispondere alle mie domande, e tuttavia si dichiarò a me predicendomi altre sciagure, gravi, inaudite: che era destino mi unissi con mia madre e generassi una prole intollerabile agli occhi del mondo; e che avrei ucciso il padre che mi aveva dato la vita. Allora io, udite queste parole, mi allontanai per sempre dalla terra corinzia, misurando il mio cammino sul corso delle stelle, in cerca di un luogo dove non potessi mai vedere l’avverarsi delle infamie vaticinate da quel tremendo responso; e peregrinando arrivai là dove tu dici che Laio morì. E ti dirò, o donna, tutta la verità. Quando, proseguendo per la mia strada, mi ritrovai nei pressi di quel trivio, mi si fecero incontro un araldoe, sopra un carro tirato da puledri, un uomo quale tu hai descritto. L’araldo e il vecchio in persona cercavano di spingermi con la forza fuori dalla strada. Allora io m’infurio e mentre mi sbalza in fuori, lo colpisco, l’auriga. Ma il vecchio, appena se ne avvede, spia il momento in cui io gli passi vicino e dal carro mi coglie in mezzo al capo con la sua sferza a due punte. La pagò cara: perché all’istante, percosso col bastone da questa mia mano, rotolò riverso giù dal carro; e poi uccisi tutti gli altri. Ma se c’è qualche legame tra questo straniero e Laio, chi allora è più sventurato di me? Di me, che nessun concittadino, nessuno straniero potrà più accogliere nella sua casa né rivolgergli la parola, ma che tutti dovranno scacciare lontano. E non altri, ma proprio io ho lanciato contro di me queste maledizioni. E contamino il letto del morto con le stesse mani con cui l’ho ucciso. Non sono dunque un miserabile? Non sono tutto macchiato d’impurità? Non è forse vero che dovrò andare in esilio né potrò mai più rivedere i miei cari né clcare il suolo della patria, se non a prezzo di congiungermi con mia madre e uccidere mio padre Pólibo, che mi ha nutrito e generato. E allora sbaglierebbe chi giudicasse che tutto questo mi viene da un dio crudele? No, no, o pura maestà degli dei, che io non veda questo giorno ma possa scomparire dalla vista degli uomini prima di scoprirmi infettato da una tale macchia di sciagura.

 

La mia ultima speranza durerà l’attesa di quel pastore.

 

GIOCASTA

E una volta venuto, che speri mai da lui?

 

EDIPO

Ti spiego: se ripeterà quello che hai detto tu, allora sono salvo.

 

GIOCASTA

E cosa ho detto di così singolare?

 

EDIPO

Il pastore riferì, a quanto hai detto, che Laio fu ucciso da briganti. Se dunque confermerà che erano più d’uno, l’assassino non sono io: non si può confondere uno solo con molti: ma se indicherà un viandante solitario, in questo caso il delitto ricade senza dubbio su di me.

 

GIOCASTA

No, sta’ certo che così fu detto, e certo non potrà smentire adesso il suo racconto: lo udì tutta la città, non io sola. Ma se anche si discostasse in qualche dettaglio dal suo primitivo resoconto, non potrà comunque dimostrare, o mio signore, che si è effettivamente avverata la profezia sull’uccisione di Laio, del quale Apollo l’Ambiguo aveva detto espressamente che sarebbe morto per mano di mio figlio. E non può averlo ucciso quel mio povero figlio, in quanto morì prima di lui. Così in futuro, per quel che concerne la divinazione, non guarderò né a destra né a sinistra.

 

EDIPO

Hai ragione, ma nondimeno manda a chiamare quel pastore. Non prendere la cosa alla leggera.

 

GIOCASTA

Certo, immediatamente. Adesso però accoglimi fra le tue braccia.

 

(Edipo e Giocasta si dirigono lentamente l’uno verso l’altra per abbracciarsi – e fare l’amore. Ma, prima che l’abbraccio si realizzi, si spegne la luce interna che proiettava le loro ombre sul telone-facciata del Palazzo)

 

 

9...STÀSIMO II / dalla prima coppia strofica (versi 872-878).

 

1...Èdipo tiranno perché smisurato. La seconda ragione del titolo. Ma la vera e certa ragione del titolo sta nella prima ragione: aver conquistato il potere con l’intelligenza e non averlo ricevuto in eredità. (Sofocle qui, in questo punto del dramma, parla più probabilmente di Atene).


Il Corifeo si alza, agisce.

 

La dismisura genera il tiranno,

La dismisura, se ciecamente

In eccesso si sazia

Senza cura del bene e dell’utile,

Una volta ascesa agli spalti supremi

Precipita in un fato scosceso,

Dove appoggio non ha di valido piede.

La lotta che giova alla città

Prego il dio

Che mai voglia sopprimere.

 

Il Corifeo danza.


Finita la danza il Corifeo si risiede al suo posto in prima fila.

 

 

10...EPISODIO III / ORA SERALE / [versi 911-1085]


10.1...ANNUNCIO di sacrificio da parte di GIOCASTA / (versi 911 – 923)

Giocasta si dispone al sacrificio ad Apollo. Atto di umiltà. Dizione.


(Giocasta esce dal Palazzo)

 

GIOCASTA

(a tutti gli spettatori-cittadini)

 

Cittadini, mi è parso il momento di visitare i templi degli dei, recando con le mani queste corone. Edipo si lascia trasportare oltre misura da nsie di ogni genere e non mi sembra in grado di interpretare, da uomo assennato, i fatti presenti sulla base di quelli passati, ma è in balìa del primo venuto, purché gli prospetti delle angosce. E dal momento che i miei consigli non hanno portato a nulla, mi rivolgo supplice con queste offerte a te, Apollo uccisore dei lupi, che ci sei vicino: accordaci la liberazione dall’impurità. Ora siamo tutti in ansia nel vederlo sgomento, come fosse il timoniere della nostra nave.

 

 

***

 

10.2...DIALOGO GIOCASTA – MESSAGGERO DA CORINTO / Scena Seconda (versi 924 – 949)

Giocasta irride l’oracolo di Apollo. Atto di superbia. Contraddizione.


(entra in messaggero di Còrinto)

 

MESSAGGERO

(agli spettatori)

Potreste indicarmi, stranieri, dove si trova il Palazzo del re Edipo? O ancora meglio, se lo sapete, ditemi dov’è lui.

 

CORIFEO

Il Palazzo è questo, e lui è dentro, straniero. Ecco la sua sposa, la madre dei suoi figli.

 

MESSAGGERO

È la sua sposa onorata? Possa vivere felice in una casa felice.

 

GIOCASTA

Pure tu sia felice, o straniero: lo meriti per la tua cortesia. Ma dimmi: perché sei venuto? Quali notizie ci porti?

 

MESSAGGERO

Notizie liete, per la tua casa e per il tuo sposo, donna.

 

GIOCASTA

Ma quali, di preciso? E chi ti manda?

 

MESSAGGERO

Vengo da Còrinto. La notizia che ti porto di darà gioia – come no? – ma forse anche dispiacere.

 

GIOCASTA

Cosa dici? Come può essere a doppio effetto?

 

MESSAGGERO

Gli abitanti della terra corinzia intendono sceglierlo come loro sovrano: così correva voce laggiù.

 

GIOCASTA

Come? Il vecchio Pòlibo non è più al potere?

 

MESSAGGERO

No. È morto e sepolto.

 

GIOCASTA

Che hai detto? Pòlibo è morto?

 

MESSAGGERO

Possa morire io, se non è la pura verità.

 

GIOCASTA

Dove siete, vaticini degli dei? Ecco l’uomo che Edipo fuggiva da anni per timore di ucciderlo; e adesso è morto per mano del destino, non certo di Edipo!

 

 

***

 

10.3...DIALOGO EDIPO - GIOCASTA – NUNZIO DA CORINTO / (versi 950 – 1072)


1…Giocasta ed Èdipo irridono gli oracoli di Apollo.

2…Verso 970 circa: “ …a meno che non sia morto di nostalgia per me: in tal caso sarebbe morto per causa mia…” Intelligenza spietata di Èdipo (quando non c’è immediatamente di mezzo la questione del potere)

3…dal verso 1004 al verso 1046 sticomìtia (cambio di battuta ad ogni verso)



(Edipo esce dal Palazzo)

 

EDIPO

Giocasta, sposa mia diletta, con chi parli?

 

GIOCASTA

Ascolta quest’uomo e guardadove sono finiti gli oracoli solenni del dio.

 

EDIPO

Chi è costui? Che cosa mi deve dire?

 

GIOCASTA

Viene da Còrinto ad annunciarti che tuo padre Pòlibo non è più, è morto.

 

EDIPO

In seguito a una congiura, o colpito da una malattia?

 

MESSAGGERO

Basta un lieve urto per stroncare un vecchio corpo.

 

EDIPO

A quanto pare, è morto per malattia.

 

MESSAGGERO

Sì, e sfinito dagli anni.

 

EDIPO

Ah, perché mai, o donna, all’altare fatidico di Apollo, o agli uccelli che schiamazzano nel cielo? A sentir loro, avrei dovuto uccidere mio padre; e invece ecco, ora giace nelle tenebre della terra, ed io sono qui senza aver toccato bastone... a meno che sia morto di nostalgia per me: in tal caso sarebbe morto per causa mia. Comunque sia, adesso Pòlibo è sceso nel mondo degli Inferi portandosi dietro quesgli oracoli che non valgono nulla.

 

GIOCASTA

Non è da molto che te lo ripeto?

 

EDIPO

È vero; ma la paura mi portava fuori strada.

 

GIOCASTA

Non pensare più a queste cose.

 

EDIPO

E come posso fare a meno di temere il letto di mia madre?

 

GIOCASTA

Ma cosa non dovrebbe temere l’uomo? È dominato dalle vicissitudini del caso e di nulla ha preveggenza certa. La cosa migliore è vivere alla giornata, come capita. Tu non aver paura delle nozze con tua madre: tanti uomini prima d’oggi si sono congiunti in sogno con la propria madre; ma se uno non ci fa caso, sopporta l’esistenza più facilmente.

 

EDIPO

Andrebbe tutto bene, se mia madre non fosse in vita; ma è viva, e quindi, inevitabilmente, per quanti ragioni tu abbia, devo avere paura.

 

GIOCASTA

Eppure già la morte di tuo padre è motivo per te di grande sollievo.

 

EDIPO

Grande, d’accordo; ma continuo a temete colei che è ancora in vita.

 

MESSAGGERO

Qual è la donna che vi fa stare in apprensione?

 

EDIPO

Merope, o vecchio, la sposa di Pòlibo.

 

MESSAGGERO

E che cosa in lei vi fa paura?

 

EDIPO

Un vaticinio tremendo degli dei, o straniero.

 

MESSAGGERO

Posso conoscerlo? O si tratta di un segreto?

 

EDIPO

Niente affatto. Apollo mi annunciò un giorno che avrei dovuto congiungermi con mia madre e spargere con le mie mani il sangue paterno. Ed è per questo che da lungo tempo mi sono stabilito lontano da Còrinto: per mia fortuna certo, ma è così dolce contemplare gli occhi dei propri genitori!

 

MESSAGGERO

È questa la paura che ti ha spinto a vivere in esilio?

 

EDIPO

Sì, per non diventare l’assassino di mio padre.

 

MESSAGGERO

Perché dunque, sovrano, non ti ho ancora liberato da questa ansia? Sono venuto per esserti utile.

 

EDIPO

E ne avrai il premio che meriti.

 

MESSAGGERO

Appunto per questo sono accorso: per avere da te qualche favore, quando sarai tornato a casa.

 

EDIPO

No, mai più tornerò presso chi mi ha generato.

 

MESSAGGERO

È proprio evidente che non sai quello che fai.

 

EDIPO

Come, vecchio? Spiègati, in nome degli dei.

 

MESSAGGERO

Se è per queste ragioni che tu eviti il ritorno...

 

EDIPO

Sì, per paura che si avveri la parola di Apollo.

 

MESSAGGERO

Temi forse l’incesto con la madre?

 

EDIPO

Proprio così, vecchio: è questa la mia ossessione.

 

MESSAGGERO

E non sai che temi senza motivo?

 

EDIPO

Perché mai, se sono questi i miei genitori?

 

MESSAGGERO

Perché Pòlibo non aveva con te nessun legame di sangue.

 

EDIPO

Come dici? Pòlibo non mi ha generato?

 

MESSAGGERO

Né più né meno di me.

 

EDIPO

E come può mio padre essere alla pari con chi non ha nulla a che spartire con me?

 

MESSAGGERO

Perché non ti abbiamo generato, né io né lui.

 

EDIPO

E allora perché mi chiamava figlio?

 

MESSAGGERO

Perché ti ebbe in dono da me, da queste mie mani.

 

EDIPO

E prese avolermi così bene, pur avendomi avuto da altri?

 

MESSAGGERO

Non aveva figli, cosa che lo spinse ad affezionarsi a te.

 

EDIPO

E tu mi comprasti, o mi trovasti per caso?

 

MESSAGGERO

Ti trovai in una grotta del monte Citerone.

 

EDIPO

A che scopo attraversavi quella zona?

 

MESSAGGERO

Custodivo le greggi lì sul monte.

 

EDIPO

Eri dunque un pastore nomade? Lavoravi a giornata?

 

MESSAGGERO

Sì, e proprio allora ti salvai, figlio mio.

 

EDIPO

Da quale menomazione ero afflitto quando tu mi raccogliesti?

 

MESSAGGERO

Possono testimoniarlo le giunture dei tuoi piedi.

 

EDIPO

Ahimè! Perché rinnovi questa pena antica.

 

MESSAGGERO

Ti sciolsi che avevi le caviglie trapassate.

 

EDIPO

Infamia abominevole che ancora in fasce patii!

 

MESSAGGERO

E ad essa devi il nome che porti anche oggi. Infatti, con licenza parlando, o sovrano, il tuo nome vuol dire ‘piede gonfio’.

 

EDIPO

In nome degli dei, da chi ho patito questo oltraggio? Da mio padre o da mia madre?

 

MESSAGGERO

Non so. Meglio lo può sapere chi ti diede a me.

 

EDIPO

Dunque non sei tu che mi trovasti? Mi prendesti da qualcun altro?

 

MESSAGGERO

Sì, un altro pastore ti consegnò a me.

 

EDIPO

Chi? Puoi nominarlo con chiarezza?

 

MESSAGGERO

Era un servo di Laio: così lo chiamavano.

 

EDIPO

Vuoi dire dell’antico sovrano di questa terra?

 

MESSAGGERO

Naturalmente. Quello era un pastore al suo servizio.

 

EDIPO

Ed è ancora in vita? Lo si può vedere?

 

MESSAGGERO

(agli spettatori),

Voi che siete del luogo, potete saperlo meglio meglio di me.

 

EDIPO

(agli spettatori)

C’è qualcuno, fra voi qui presenti, che conosca il pastore di cui ha parlato quest’uomo, per averlo visto nei campi o qui in città? Rispondete. Ormai è giunto il momento di far piena luce su tutto.

 

CORIFEO

Altri non è, credo, se non l’uomo dei campi che già prima volevi vedere. Ma Giocasta è qui e nessuno ce lo può dire meglio di lei.

 

EDIPO

Tu credi, donna, che l’uomo che poco fa desideravamo venisse qua e l’altro che costui ha ricordato...

 

GIOCASTA

Cosa t’importa di chi parla? Lascia perdere. Questi discorsi inutili è meglio che te li scordi.

 

EDIPO

No, non è possibile. Ho già raccolto troppi indizi per rinunciare a far luce sulla mia nascita.

 

GIOCASTA

In nome degli dei, no, se ti è cara la vita, non indagare più. Basta il mio dolore.

 

EDIPO

Coraggio! Anche se verrà fuori che sono tre volte schiavo, e da tre generazioni, non per questo sarà intaccata la tua nobiltà.

 

GIOCASTA

Dàmmi retta, ti prego: fèrmati.

 

EDIPO

Non posso ascoltarti: devo sapere.

 

GIOCASTA

Parlo per il tuo bene: sono buoni consigli.

 

EDIPO

Mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli.

 

GIOCASTA

Infelice! Che tu non debba mai sapere chi sei!

 

EDIPO

(agli spettatori)

C’è qualcuno capace di portarmi qua il pastore? Lasciate che costei si goda il suo casato di lusso.

 

GIOCASTA

Oh, sventurato! Solo così posso chiamarti, e poi... mai più.

 

(Giocasta rientra nel Palazzo)

 

 

***

 

11...DIALOGO CORIFÈO – EDIPO / (versi 1073 – 1085)

 

 

CORIFEO

Perché mai, Edipo, la tua donna è andata via così, come straziata da una pena lancinante? Temo che da questo silenzio si sprigionerà una tormenta di dolori.

 

EDIPO

Si sprigionino tutti i mali del mondo, ma io voglio conoscere la mia origine, per umile che sia. Lei forse, superba come tutte le donne, si vergogna della mia umile origine. Ma io, che mi considero figlio della Fortuna benefica, non per questo mi sentirò diminuito. La Fortuna è mia madre. Se tale è la mia nascita, non la potrò mai modificare. Perché non dovrei indagare la mia origine?

 

 

***

 

 

12...STÀSIMO III (e precisamente IPÓRCHEMA = inno che accompagna la danza, con toni lievi e festosi) / CANTO/DANZA/MUSICA, antistrofe, versi 1097-1107


Lietezza e festosità appena prima della catastrofe. Tipicamente sofocleo (Aiace, vv. 693-717; Antigone, vv. 1115-1154)


IPORCHEMA

Appassionato canto di gioia. Il canto iporchematico in Sofocle, esaltanto l’espansione emotiva momentanea, prepara, in chiave di ironia tragica, la definitiva rovina dell’eroe.


Il Corifeo si alza, agisce.

 

CORIFEO

Chi, o figlio,

chi ti fu madre?

Forse una ninfa eterna

A Pan si unì

Che i monti percorre?

O forse di Apollo una compagna?

A lui sempre care

Son le distese dei pascoli.

O forse Ermes

O il dio del bacchico delirio

Che abita le cime dei monti

Ti accolse in dono

Da una ninfa d’Elicona

Con cui sovente si diletta.

 

Il Corifeo danza.


Finita la danza si risiede al suo posto.

 

***

 

 

13...EPISODIO IV / ORA SERALE

 

Dialogo – EDIPO – CORIFÈO - MESSAGGERO DI CORINTO – SERVO DI LAIO / (versi 1117-1185)



EDIPO INTELLETTUALE.

a…”Sarebbe stato facile per Sofocle fare in modo che l’ingresso del bovaro (il Servo di Laio) sulla scena fosse annunziato con una tradizionale formula introduttiva del Coro. Questa insistenza intellettualistica da parte di Edipo sul modo come egli individua il bovaro acquista dunque una risonanza patetica, dal momento che sarà proprio il bovaro con le sue parole a fornire a Edipo la prova inoppugnabile della sua sciagura. E pur tuttavia è significativo che, proprio nel momento in cui Edipo si illude di pervenire a una soluzione della vicenda che lo dovrebbe lasciare indenne, riaffiori con forza, attraverso l’insistita messa in evidenza degli strumenti concettuali di cui egli si serve, quella caratterizzazione intellettualistica del personaggio che era venuta fuori già nella prima parte della tragedia. Questa caratterizzazione in senso intellettualistico del personaggio affiora in conclusione con particolare forza in due parti della tragedia: nella parte iniziale, e dopo l’uscita dalla scena di Giocasta, quando Edipo si illude di venire positivamente a capo della vicenda. Ma nel secondo caso si tratta di un ultimo sprazzo (che si colora pateticamente) di compiacimento intellettualistico in un personaggio le cui strutture conoscitive sono già entrate in crisi.” (V. Di Benedetto, Sofocle, 1983)

b…Edipo intellettualistico. Certo. Edipo ostenta il fatto di essere un intellettuale. Ma prima di tutto, appunto, Edipo intellettuale. Edipo è un intellettuale, lo sa, lo dice, se ne vanta. Con presunzione. Ma non è soltanto questa presunzione a perderlo, a condannarlo. È la presunzione d’essere al contempo intellettuale e potente, filosofo e filocrate.

c…“L’orrore indicibile finalmente compreso da Edipo è calato in una forma limpida, che mostra il bisogno di ripercorrere i fatti in una prospettiva razionale. In queste parole si manifestano alcuni dei tratti essenziali del carattere disegnato da Sofocle: l’esigenza di una comprensione limpida e razionale degli eventi unita ad un senso forte della propria dignità, che fa di Edipo un personaggio ‘grande’ anche nel punto più basso della sua parabola.” (Laura Suardi)

d…Edipo ripercorre i fatti in una prospettiva razionale, cioè intellettuale. Edipo era dal principio ed è fino alla fine un intellettuale. Finalmente limpido, privato dall’ansia del mantenimento e dell’esercizio del potere.


RECITAZIONE. “L’interrogatorio del servo di Laio da parte di Edipo è un colloquio teso su entrambi i fronti: da un lato il vecchio pastore è impaurito e vorrebbe sottrarsi alle domande, dall’altro Edipo è determinato a conoscere la  verità e, di fronte alla reticenza del suo interlocutore, diventa aggressivo. Il correlato semantico della tensione che pervade il dialogo è uno stile concitato e spezzato, caratterizzato da frequenti ellissi (come se non ci fosse tempo da perdere in dettagli). Tale andamento è espresso metricamente, attraverso la scelta della sticomitìa e dell’antilabé.” (Laura Suardi)


(Entra il Servo di Laio)

 

EDIPO

(a tutti gli spettatori-cittadini)

Se anche a me, o cittadini, è lecito fare una congettura, mi par di vedere, pur non avendolo mai incontrato prima d’ora, il pastore che da tempo cerchiamo: la sia tarda età ben si accorda a quella di quest’uomo. Ma certo tu (indica il Corifeo), che già in passato hai visto il pastore, lo devi sapere meglio di me.

 

CORIFEO

Sì, lo riconosco. Era, se altri mai, un fedele pastore di Laio.

 

EDIPO

Lo chiedo prima a te, straniero di Còrinto: ti riferivi a lui?

 

MESSAGGERO

A lui, sì. Lo hai davanti agli occhi.

 

EDIPO

E ora dico a te, vecchio. Guardami negli occhi e rispondi alle mie domande. Appartenevi a Laio?

 

SERVO

Sì, ero suo schiavo: non comprato, nato in Palazzo.

 

EDIPO

E quali erano i tuoi compiti?

 

SERVO

Facevo il pastore.

 

EDIPO

In quali stazzi soggiornavi, solitamente?

 

SERVO

Sul monte Citerone, o in qualche terra vicina.

 

EDIPO

Lì non hai mai visto quest’uomo (indicando il Messaggero). Lo riconosci?

 

SERVO

E che faceva? Di che uomo parli?

 

EDIPO

Di lui (indicando ancora il Messaggero). Non lo hai incontrato mai?

 

SERVO

Non lo so, così su due piedi... non ricordo.

 

MESSAGGERO

Niente di strano, sovrano. Ma gli farò tornare io la memoria., anche se adesso non mi riconosce. Sono certo che non può essersi scordato di quando passammo insieme, l’uno accanto all’altro, sul monte Citerone, lui con due armenti ed io con uno solo, tre interi semestri, dalla primavera all’autunno; e al cadere dell’autunno riportavamo i nostri greggi io ai miei ovili e lui a quelli di Laio. (al Servo) Dico bene, o racconto frottole?

 

SERVO

Dici la verità, anche se tanto tempo è passato.

 

MESSAGGERO

Su, dimmi adesso: ricordi di avermi affidato, a quel tempo, un bimbo in fasce, perché lo allevassi come fosse figlio mio?

 

SERVO

Che vai dicendo? Perché questa domanda?

 

MESSAGGERO

Eccolo, amico, il bimbo di allora (indicando Edipo).

 

SERVO

Va’ alla malora. Vuoi stare zitto?

 

EDIPO

Ah, non lo sgridare, vecchio! Tu piuttosto, per queste parole, meriti un rimprovero.

 

SERVO

In che cosa ho mancato, mio sovrano?

 

EDIPO

Non vuoi dir nulla del bimbo in fasce di cui ti ha parlato.

 

SERVO

Ma lui parla senza sapere quello che dice.

 

EDIPO

Se non parli per amore, parlerai per forza.

 

SERVO

No, per gli dei. Sono vecchio: non mi fare del male...”

 

EDIPO

E allora parla. Gli affidasti, sì o no, il bimbo di cui ha detto?

 

SERVO

Sì, è vero. Se fossi morto quello stesso giorno!

 

EDIPO

L’avrai oggi, la morte, se non dici la verità.

 

SERVO

Tanto sono perduto lo stesso, se parlo.

 

EDIPO

Costui, mi sembra, vuol tirarla per le lunghe.

 

SERVO

Ma no. Ho detto che glielo dato, il bimbo.

 

EDIPO

Ed era tuo? O lo avesti da altri?

 

SERVO

Non era mio. Me l’ha dato qualcuno.

 

EDIPO

Chi? Chi è questo qualcuno?

 

SERVO

In nome degli dei, non chiedere oltre, sovrano.

 

EDIPO

Sarà la tua fine, se devo ripeterti la domanda.

 

SERVO

Era nato nella casa di Laio.

 

EDIPO

Uno schiavo? O proprio della sua stirpe?

 

SERVO

Povero me! Sono arrivatro alla cosa più tremenda da dire.

 

EDIPO

E per me da udire; ma devo sapere.

 

SERVO

Sì, dicevano che era figlio suo; ma la tua sposa – è nel Palazzo – può spiegarti meglio di chiunque altro come stanno le cose.

 

EDIPO

Fu lei che te lo diede?

 

SERVO

Proprio così, sovrano.

 

EDIPO

A quale scopo?

 

SERVO

Per ucciderlo.

 

EDIPO

Lei, la madre? Sciagurata!

 

SERVO

Per paura di oracoli sinistri.

 

EDIPO

Quali?

 

SERVO

Fu predetto che avrebbe ucciso il padre.

 

EDIPO

E perché lo consegnasti a questo vecchio?

 

SERVO

Per compassione, o mio sovrano. Ho pensato che lo avrebbe portato al suo paese. E così l’ha salvato, ma solo per riservargli le più grandi disgrazie. Infatti, se veramente sei tu l’uomo di cui ha parlato, sei nato infelice.

 

EDIPO

Oh! Oh! Tutto è chiaro. O luce del sole, che io ti veda per l’ultima volta, perché oggi è venuta la rivelazione che sono nato da chi non mi doveva generare, mi sono congiunto con chi dovevo fuggire, ho ucciso chi non dovevo uccidere.

 

(Edipo si precipita nel Palazzo. Di seguito escono di scena il Messaggero di Còrinto e il Servo di Laio.)

 

 

***

 

14...STÀSIMO IV / parte finale della seconda antistrofe, versi 1216-1221


Il Corifeo si alza, agisce.

 

CORIFEO

Ah, figlio di Laio!

Non ti avessi mai visto!

Io ti compiango e singhiozzi

Senza fine escono dalla mia bocca.

Posso ben dire

Che per te un giorno rinacqui

E per te ora chiudo gli occhi per sempre.

 

Il Corifeo danza (scegliere la danza con Giorgio – dal suo repertorio danzerino).


Finita la danza, il Corifeo si risiede al suo posto in prima fila.



1…Da notare che all’interno dell’EPISODIO IV, al verso 1176, alla domanda di Edipo                (“Di quali?) – in risposta alla risposta del servo di Laio (“Per paura degli oracoli infausti.”), il servo dice: “Si diceva che egli avrebbe ucciso i genitori.” Ucciso i genitori – cioè conquistato il potere.

2…Qui, invece, all’interno dello STASIMO IV, Sofocle non fa riferimento all’omicidio di Laio, ma a Edipo distruttore della Sfinge – cioè conquistatore della conoscenza.

3…Lo stasimo finisce con il ringraziamento del Coro a Edipo, per aver sconfitto intellettualmente la Sfinge, e così facendo ha fatto respirare i cittadini di Tebe e li ha fatti riposare nel sonno.

 

 

***

 

 

15...ESODO /ORA NOTTURNA

 

 

15.1...NUNZIO DAL PALAZZO – CORIFÈO / [Scena prima, versi 1234 - 1280]

 

 

NUNZIO DAL PALAZZO

(a tutti gli spettatori-cittadini)

Giocasta, la nostra regina, è morta.

 

CORIFEO

Infelice! E qual è stata la sua fine?

 

NUNZIO DAL PALAZZO

Si è uccisa. Ma vi è stato risparmiato l’aspetto più penoso dell’evento: non eravate presenti. E tuttavia, per quanto mi è rimasto impresso nella memoria, ti racconterò quel che ha patito quella sventurata. Quando, presa dalla disperazione, ebbe varcato il vestibolo, si precipitò immediatamente verso il letto nuziale, strappandosi i capelli con entrambe le mani. Entrata nella stanza e chiusa la porta, imprecava al talamo su cui, misera, aveva generato un marito da un marito e figli da figli. Ma non so come morì. Edipo irruppe urlando e ci impedì di assistere alla fine di Giocasta. I nostri occhi si fissarono su di lui : si aggirava smanioso chiedendoci di fornirgli una spada. E nel mentre delirava fu un dio a indicargli la via, non certo uno di noi che gli stavamo lì intorno. Allora levò un urlo agghiacciante e come se qualcuno lo guidasse si avventò contro la porta a doppia imposta: scardinò i serrami e si precipitò nella stanza.

 

 

***

 

 

15.2...KARAGHIOZIS FINALE.

Esattamente come all’inizio della tragedia, ed a metà del suo svolgimento, s’accende una luce artificiale all’interno del Palazzo, la sua facciata diviene trasparente.


Giocasta “strangolata da un laccio attorto” penzola al centro della scena.


Edipo entra in scena di lato, “emette un lungo mugolìo atroce”, corre verso Giocasta, l’abbraccia (finalmente!), “poi allenta il nodo del cappio”.


Quando ‘il misero corpo”di Giocasta giace “sul pavimento” Edipo “strappa dalle vesti di lei le fibbie d’oro di cui s’era adornata, le solleva e infine le conficca nelle orbite dei propri occhi”, e “ad ogni colpo le pupille insanguinate gli bagnavavo la barba: non era uno stillicidio di viscido umore, anzi grondava una pioggia nera di grumi sanguinolenti”.


Edipo, in ginocchio di lato a Giocasta morta e allungata a terra, grida, grida, si alza disperato da terra, a tentoni si allontana. Si spegne la luce interna, la facciata del Palazzo torna opaca.

 

 

***

 

 

15.3...Entra in scena uscendo dal Palazzo Èdipo, come all’inizio della tragedia, con la corona in testa. Si ferma sulla soglia, si leva la corona regale e la scaglia a terra, con un gesto deciso.

 

 

FINE.