Autoritratti all'incontrario. Stampa

 

 

 

 

 

 

 


 

 

Sono nato nel 1948 a Siderno, tra il mare Ionio e l’Aspromonte, vivo e lavoro a Roma, fra il mare Tirreno e l’Appennino.

 

Studi

Pittura e scultura a Reggio Calabria, architettura e sociologia a Roma (Laurea in Sociologia alla Università di Roma « La Sapienza », 1976).

 

Attività universitaria

Ho tenuto seminari di Sociologia della conoscenza presso la Facoltà di Sociologia della Università di Roma « La Sapienza » (anni accademici 1976-77 e 1977-78), Teoria e pratica del linguaggio audiovisivo presso la Facoltà di Antropologia della Universidad Bolivariana di Santiago de Chile (a. a. 1998-99), Il documentario audiovisivo come forma di conoscenza e rappresentazione della realtà presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Università di Roma « La Sapienza» (a. a. 2001-02); Ricerca e rappresentazione nel film-documentario presso la Facoltà di Lettere della Università di Roma « La Sapienza» (a. a. 2002-03).

 

Attività radio-televisiva

Ho fatto il consulente della Rete Due televisiva della Rai-Tv (1976-80); collaboratore della Terza Rete radiofonica della Rai-Tv (1980-82); regista della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche della Rai-Tv, dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani , dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (1990-91), collaboratore di Italica - Campus Virtuale di Lingua e Cultura Italiana di Rai International (1997-98), regista di Poeti e scrittori del Novecento Italiano, serie home video di Rai Educational (1999 -2000), co-autore de La Storia siamo noi di Rai Educational (2001-02).

 

Attività pubblicistica

Ho collaborato alla rivista politico-culturale L’Astrolabio, alla rivista di storia e critica cinematografica Close up, alla rivista ‘di parole e immagini’ Il Caffé Illustrato, alla rivista di ‘musica arti ozio’ Alias - settimanale culturale del quotidiano il manifesto, dal 2006.

 

Pubblicazioni scientifiche

Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura, “Rassegna Italiana di Sociologia”, nº 3, 1977; Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica, nel volume collettaneo “Politica e storia in Gramsci”, Editori Riuniti-Istituto Gramsci 1979; Politica, economia, diritto, sociologia come scienze dello Stato, “Critica marxista”, nº 5, 1980; Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci. Dalla critica delle sociologie alla scienza della storia e della politica (con Luis Razeto), De Donato, Roma-Bari 1978; La Traversata. Libro Primo. Dalla critica del marxismo e della sociologia alla proposta di una scienza della storia e della politica, ebook - Universitas 2009; La Traversata. Libro Secondo. Dalla critica dello Stato e dei partiti all'avviamento di una nuova e superiore civiltà, ebook - Universitas 2011; La Vita Nuova - ebook multimediale in chiaro, Fulmini e Saette, febbraio 2018; Se non son matti non li vogliamo. Gesù, Caravaggio, Kafka, Pasolini, Amazon ottobre 2018; La crisi del mondo moderno. Marx, Gramsci, Bauman, Sandel, ebook, Amazon ottobre 2018; Gramsci, questo sconosciuto, libro ed ebook, Amazon, aprile 2019.

 

Pubblicazioni letterarie

Attualità di Kafka (saggio), “L’Astrolabio”, nº 20, 1983; La vertigine del doppio precipizio (racconto autobiografico), “Società di pensieri”, nº 4, 1993; Vita e morte di uomini di scienza (racconti), “Il Caffé Illustrato”, nº 1, 2001; Solo nel verso (libro di poesie haiku), casa editrice peQuod, 2008; (con Luis Razeto) Il progetto di Gesù (romanzo filosofico), ilmiolibro.it, 2010; (con Luis Razeto) Vangelo laico secondo Feliciano (romanzo filosofico), ebook - Universitas 2013; Poesie dei ritagli di tempo, ebook - Universitas 2014, Vorrei essere accecato (racconto), "Mastro Pulce", n° 8/2016; VITE BREVI e racconti lunghi quanto basta (libro di prose), sito-officina 2017, Haiku rimati, ebook, Amazon, 2017; Storie di poche parole, ebook, Amazon ottobre 2017; Solo nel verso (nuova edizione aggiornata), ebook, Amazon ottobre 2017; Vangelo laico secondo Feliciano, Amazon ottobre 2017; Se non son matti non li vogliamo. Gesù, Caravaggio, Kafka, Pasolini, ebook, Amazon ottobre 2018; Diario involontario di una vita entusiastica, libro ed ebook, Amazon, aprile 2019.

 

Pubblicazioni fotografiche

Ritratti improvvisi, sito-rivista Fulmini e Saette. 2017.

Le figure non umane, sito-rivista Fulmini e Saette. 2018.

 

Video-libri

Crito-film de 'Il Negozio', sito officina, aprile 2017

Perché e come è morto il comunismo?, sito officina, giugno 2017

Direttori, sito officina, aprile 2018

La religione spiegata ai bambini, sito officina, novembre 2018

 

Film

Angelus Novus, Cannes 1987 (35 mm, 80 minuti);

Non ho parole, Berlino 1993 (35 mm, 72 minuti);

Prima di cominciare, Roma 1997, (Beta Digitale, 90 minuti);

Vissi d’Arte, Pesaro 2005 (Beta Digitale, 72 minuti);

Videodiario di un Re prigioniero, Rotterdam 2006 (Beta Digitale, 74 minuti);

Il Negozio, pubblicato in Rete nel gennaio 2017 (Digitale, 78 minuti).

Sto lavorando al mio settimo film: Amleto raccontato da Orazio.

 

Crito-film

Le ceneri di Pasolini, Marsiglia 1994 (D2, vidigrafato in 35 mm da Cinecittà International, 87 minuti);

Autoritratti vagabondi. Kafka, Gramsci, Hitchcock, Pasolini, LocarnoVideo 1995 (Beta SP, 10 minuti);

Vittorio De Sica Autoritratto, Pesaro 2001 (Beta SP, 27 minuti);

Con questa mia vengo a dirti, pubblicato sul mio Sito-Officina nel maggio 2011 (Digitale, 180 minuti);

Il Secolo dell'Ebbrezza, FaitodocFestival 2015 (Digitale, 70 minuti);

Crito-film de 'Il Negozio', pubblicato sul mio Sito-Officina nell'aprile 2017 (Digitale, 85 minuti).

 

Cortometraggi

La bobina dell’occhio ferito, Roma 1990 (35 mm, 25 minuti);

Vita e morte di, Torino 1991 (35 mm, 10 minuti);

Le idee non cadono dal cielo, Youtube 2017 (Digitale, 1 minuto).

 

Documentari

Vita all’incontrario di Mimmo Pesce, Bellaria 1994 (Beta SP, 60 minuti)

Ciprioti, Pesaro 1995 (Beta SP, 35 minuti)

Amorosa Caterina, Nicosia 1995 (Beta SP, 25 minuti)

Nostalgia delle città proibite, Torino 1996 (Beta SP, 26 minuti)

Santarielli d’Amantea, AdriaticoCinema 1998 (Beta SP, vidigrafato in 35 mm, 26 minuti)

Fe y controversia en Yumbel, 1999, (Beta SP, 42 minuti)

Retrato del Padre Pedro Campos, 1999, (Beta SP, 42 minuti)

Retrato del Padre Esteban Gumucio, 1999, (Beta SP, 52 minuti)

Leonardo Sciascia Autoritratto, Pesaro 2001 (Beta SP, 27 minuti), pubblicato da Einaudi, Torino, 2002 (cofanetto = video di P. Misuraca + libro di M. Onofri)

Francesco psichiatra a domicilio, 2007 (Digitale, 54 minuti)

Franca antropologa delle possedute, 2007 (Digitale, 54 minuti)

Lino Angiuli poeta del vegetalesimo, 2018 (Digitale, 27 minuti)

Umit Inatci ritratto autoritratto, 2018 (Digitale, 28 minuti)

Poesie e ombre dalla frontiera, 2019 (Digitale, 106 minuti) Lucca Film Festival e Europa Cinema 2019

Giuseppe Donnaloia ritratto autoritratto, 2019 (Digitale, 35 minuti) Lucca Film Festival e Europa Cinema 2019

Guido Oldani ritratto autoritratto, 2019 (Digitale, 17 minuti) Lucca Film Festival e Europa Cinema 2019

 

Sto montando due documentari-film, o crito-film:

1) Adriano Aprà Autoritratto

2) Buster Keaton Autoritratto

 

Programmi televisivi

Il prodotto intellettuale: genesi, struttura, storia. La Politica di Aristotele, Il Principe di Machiavelli, I quaderni del carcere di Gramsci, I rilievi del Duomo di Modena del Wiligelmo, La morte della Vergine di CaravaggioAccattone di Pasolini, Rai-Tv, 1983 (16 mm, sei programmi di 27 minuti ciascuno).

 

Home video

I sofistiL’etica di Aristotele [Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche], Rai-Tv / Treccani, 1988-89 (due Beta SP di 60 minuti ciascuno);

Progetto Poesia (SaffoKavafis, Montale, Leopardi, Ungaretti, Eliot, Dickinson, Celan, Baudelaire, Quasimodo), 1993 (Beta SP);

San Sebastián en Yumbel, 1999 (Beta SP, 27 minuti).

Video-Enciclopedia, sito officina, 2018.

 

Video-documenti

Vita breve di Eftimios, 2006, (Digitale, 58 minuti);

Gabriele e Marco, attore e danzatore, 2007 (Digitale, 27 minuti);

Il sindaco di via Labicana, 2012 (Digitale, 8 minuti);

Cos'è la scuola?, 2014 (Digitale, 25 minuti).

 

Rappresentazioni teatrali

Vita breve di Eftimios, maggio-giugno 2006, Teatro dei Contrari, Roma.

Sto lavorando alla messa in scena di Edipo Tiranno.

 

Giurie

2014 - Faito Doc Festival

2015 - Festival del Cinema documentario di Danzica

 

 


 




Dialogo con Giacomo Ravesi e Francesca Fini e Alessandro Isidori a seguito della proiezione de 'Il Negozio' all'Apollo 11 di Roma, giovedì 27 settembre 2018.

 

 


 

 

 

Radiointervista a Pietro Pancamo - Channel Morbegno, 12 febbraio 2019

 

 


 

 

Da Gesù a Pasolini, passando per Gramsci, nel tentativo di spiegare la crisi della modernità.
Intervista al cineasta, regista e filosofo magno-greco Pasquale Misuraca: la cultura come base per la rinascita sociale, politica ed economica.
Umberto Maiorca, 5 febbraio 2018

La crisi del mondo moderno è globale, economica, politica (o meglio partitica), sociale, ma l’arte e la cultura possono contribuire a far nascere una nuova civiltà dalle ceneri di quella che si sta consumando. In questa intervista a Pasquale Misuraca, cineasta, docente, sceneggiatore, filosofo magno-greco, cerchiamo di aprire una finestra sul mondo moderno, le sue contraddizioni e andando alla ricerca di quei punti fermi sui quali si può impiantare la rinascita.

Chi è Pasquale Misuraca?

«Non so bene nell’insieme – chi è senza ritegno scagli la propria definizione. Rispondo limitandomi al lavoro intellettuale e morale, che conosco nella misura in cui lo progetto e realizzo. Cerco di fare lo scienziato e l’artista, con quali risultati ciascuno lo può valutare visitando il sito www.pasqualemisuraca.com. Questi due campi di ricerca e rappresentazione sono egualmente illuminati dall’idea che questa che stiamo vivendo è la crisi della civiltà moderna, e che dalle sue ceneri stia nascendo una nuova civiltà. Cerco di partecipare a questa nascita con le mie opere».

Hai girato un film su Pasolini, uno a Cipro divisa tra turchi e greco-ciprioti, e l’innovativa pellicola girata con i filmati delle telecamere di sorveglianza. Temi diversi, mai leggeri per film che parlano dell’uomo all’uomo?

«I film che ho fatto parlano dell’insieme della realtà, della quale l’essere umano è soltanto una parte. Le arti contemporanee sono malate di una visione antropocentrica – come le arti medioevali di una visione teocentrica. Quanto al linguaggio cinematografico sto cercando di costruire opere che siano al contempo soggettive, filmiche, e oggettive, documentarie».

Lo studio di Gramsci è al centro dei tuoi interessi da sempre, pensi che in Italia anche chi ne sbandiera l’appartenenza non lo abbia mai capito?

«Gramsci è un autore tanto noto quanto sconosciuto. Da giovane è stato marxista, poi in carcere, scrivendo i Quaderni, ha criticato il marxismo e l’insieme delle scienze sociali moderne, avviando la costruzione di una nuova scienza, la scienza della storia e della politica. Ho cercato di sviluppare questa scienza in molte opere, l’ultima si intitola “La Vita Nuova”».

La crisi del mondo moderno è una crisi economica, sociale o umana?

«La crisi che stiamo vivendo, come tutte le crisi di civiltà, come la crisi della civiltà medioevale, è economica, sociale, politica, culturale. Molti intellettuali oggi aspettano che passi come passa un’influenza. Ma se Brunelleschi e Masaccio e Donatello, Machiavelli e Bruno e Galileo (per restare in Italia) non avessero costruito le loro opere, le loro arti e le loro scienze, non sarebbe mai nata, dalle ceneri della civiltà medioevale, la civiltà moderna».

La politica intesa come piccolo cabotaggio di consorterie o la Politica, quella che si occupa del bene della comunità?

«Il problema della politica oggi non sta nell’assenza di grandi uomini politici (che esistono e operano al di fuori della politica istituzionale, nella cultura, nella scienza, nell’arte), ma nel fatto che si confonde la politica con la partitica. I partiti sono morti, la politica no. L’uomo, scriveva Aristotele, è un “animale politico” – politikòn zôon. Aveva ragione. Ma oggi molti pensano che questa in cui viviamo sia la migliore civiltà possibile, e si tratta soltanto di stringere qualche vitarella qui e là, e quanto alla politica di imbalsamare e venerare la partitica».

Domanda identica, ma come tema la giustizia o Dike?

«Conosco soltanto la giustizia umana. Che esiste in vario grado nel mondo, con questa limitazione: “Credete che tutti desiderino per sé la giustizia? Vi sbagliate, alcuni avrebbero da perderci.” Stanisław Jerzy Lec. La giustizia divina non la conosco. E al pari di Albert Einstein, non credo in un Dio personale, in una entità trascendente che premia e punisce le persone. Questo non vuol dire che non abbia imparato molto dai grandi autori religiosi, il maggiore dei quali secondo me è Gesù di Nazaret, che ci ha lasciato detto: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Questa sana aspirazione alla perfezione possibile sulla Terra, da parte di ciascuno, nel senso di fare ciò che può per produrre il bene e il vero e il bello per sé e gli altri, per il presente e il futuro, mi ha spinto a scrivere tutte le mie opere, e quanto a Gesù il “Vangelo laico secondo Feliciano”».

Internet, bene o male?

«Internet è un bene, in quanto favorisce il rapporto degli autori fra di loro (intendendo per autore colui che aumenta, accresce, anche di un granello, la conoscenza e la bellezza del mondo) e dei lettori con gli autori – attraverso l’ascolto reciproco e il dialogo diretto. Internet è un male, nella misura in cui molti pensano di essere autori per il fatto di rivelare in pubblico le faccende private, e soprattutto perché il numero degli autori ha superato il numero dei lettori».

http://www.giustiziaeinvestigazione.com/da-gesu-a-pasolini-passando-per-gramsci-nel-tentativo-di-spiegare-la-crisi-della-modernita/

 

 


 

 

Il 5 dicembre del 2017 ho dialogato con Stefano Della Casa e Roberto Silvestri, critici di cinema e conduttori di Hollywood Party. Ecco (da 35 minuti a 45 minuti del programma), cosa ci siamo detti, riflettendo sulla nascita di un nuovo cinema: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-372b1e57-1dad-4557-867b-d3903191ed58.html

 

 

 


 

 

Silvana Silvestri mi ha intervistato per 'Alias', supplemento culturale de 'il manifesto', su Fuori Norma e il cinema che vado facendo - sabato 21 ottobre 2017.


SILVANA: Quando è stato lanciato a Pesaro dello scorso anno da Adriano Aprà il progetto «Fuori Norma» con un listino di film speciali da far arrivare al pubblico, il regista Pasquale Misuraca (che redige per Alias la rubrica «Fulmini e Saette», una fucina di idee cinematografiche) ci diceva che questo progetto aveva avuto origine parecchi anni fa. Come nacque questa idea?

PASQUALE: Nel 1996, 21 anni fa Adriano Aprà come critico, Alexandra Zambà la mia «complice» come produttore, Marco Ferreri, Paolo Benvenuti, io e altri registi, qualche esercente ci siamo riuniti e abbiamo deciso di fondare «Aida», l’associazione italiana degli autori, costituita da un notaio, di cui Adriano era il presidente, per promuovere, proiettare e discutere in una serie di sale il cinema nuovo, il cinema che inventava. Il più entusiasta era Ferreri, ma morì poco dopo. Adriano era in prima linea tra i critici, allora era direttore di Pesaro. Poi la cosa non andò avanti, anche se avevamo pensato all’organizzazione, alle copie. L’idea era di far arrivare al pubblico i film anche con la presenza degli autori. Io ad esempio avevo detto che non era necessario fossero sempre i registi, ma che ci potevano essere anche dei coautori, sceneggiatore, montatore, l’attore. Questa era la cosa che non piacque a molti perché i registi non vogliono lasciare spazio ai coautori. Poi c’è stata la morte di Ferreri, e mi sono reso conto che i registi non hanno continuità perché si impegnano quando non stanno facendo un film, ma quando girano lasciano perdere tutto.

SILVANA: Questo è l’antefatto. In qualche modo nasceva dall’esperienza dei cineclub, di Salsomaggiore oltre che di Pesaro.

PASQUALE: C’era l’intenzione di arrivare alle sale. Quando Adriano qualche mese fa mi ha coinvolto in «Fuori Norma» ho accettato perché penso sia giusto, sia sano. Bisogna entrare in relazione intanto con gli altri autori in modo da conoscerci, e con i critici, i giornalisti, con l’insieme degli autori del cinema (io ho un’idea dei coautori ampia), con gli spettatori.

SILVANA: Ora invece inizia Fuori Norma

PASQUALE: Alla conferenza stampa di presentazione gli autori hanno soprattutto parlato di loro stessi, dei loro film, di come li avevano fatti. Io mi sono riallacciato a qualcosa che aveva detto Adriano, a partire dal concetto di «società circolare», al fatto che l’opera è aperta, circola, comprende. Sulla scia del mio video «Lo spirito di Fuori Norma», uno dei video che metto sul mio sito (http://www.pasqualemisuraca.com/sito/) il nostro lavoro penso sia importante se inquadrato in questa società in crisi che non funziona più, non funziona la politica, l’economia, la cultura, l’arte ecc. Dentro questa crisi di civiltà come sempre accade nel passaggio da una civiltà all’altra, un passaggio in dissolvenza incrociata e non a stacco, stanno nascendo già da decenni i segni del nuovo. Il nostro cinema non è secondo me un cinema marginale che che fa il contrario del cinema industriale. Noi siamo quelli che costruiscono dei linguaggi nuovi. Ogni civiltà nuova elabora dei modi nuovi di vedere. Noi siamo dal punto di vista intellettuale e morale non ai margini ma al centro del processo costruttivo di linguaggi. E allora portiamo in giro le nostre opere senza fare i marginali di professione. Il nostro atteggiamento deve essere quello di persone che propongono dei linguaggi, delle forme: alcune di queste forse diventeranno centrali tra qualche anno o decennio. Noi siamo nel bel mezzo della produzione, non vogliamo fare i monaci, vogliamo lavorare e inventare, cosa che fanno tutti, anche quelli che fanno il cinema industriale. La sperimentazione fa parte del fare arte, la differenza tra l’artigiano e l’artista è che l’artista è un artigiano sperimentatore. «Il negozio» non è un cinema sperimentale a tutti i costi, io cerco di fare un cinema classico, cioè equilibrato, che recupera tutta la tradizione. Studio i classici, mi rifaccio a quelli senza ripeterli.

SILVANA: Parlami del «Negozio», il tuo film che sarà inserito nel secondo programma. È un film che ti spiazza perché siamo abituati dal documentario a entrare nelle strade, incontrare personaggi. Questo utilizza dei prototipi, ma lo sguardo è diverso.

PASQUALE: Questo è un film che ho cercato di far diventare molto semplice. La superficie del film è cadenzata è semplice, articolata da piccole storie, non ha complicazioni, ma l’ambizione intellettuale è alta. È l’ultimo lavoro in cui cerco di fondare un «cinema ateo». C’è un problema che mi sono posto da sempre facendo lo scienziato e il cineasta: quasi tutta la cultura, anche quella che si dichiara agnostica o atea, ha un orientamento religioso e questo si vede dal linguaggio per esempio il cinema è dominato ancora oggi dalla figura del narratore onnipotente, il regista, i punti di vista di ripresa. Anche nel medio evo c’era la prospettiva, ma la prospettiva non era unica come nel rinascimento perché era un punto di vista umano. Nel medio evo c’erano tanti punti di vista perché il protagonista era dio. Chi ha realizzato «Il negozio»? C’è un narratore onnipotente? No, c’è una registrazione meccanica, sono delle macchine che videoregistrano la realtà.

SILVANA: Ma qualcuno le mette quelle macchine

PASQUALE: Le mette l’ottico per sorvegliare il negozio, questo vale anche per le videocamere nelle strade. Tutto questo flusso è insensato, è informe, bisogna che qualcuno lo monti. Ed ecco che allora l’autore è chi fa il montaggio. Come vedi è scomparso dio perché all’inizio del film ci sono delle riprese, compare un tizio, dice: sono un cineasta, avevo un amico, è morto, ho preso le scene e le ho montate. Quindi la figura che costruisce il film è dichiarata e i materiali vengono dalla realtà. Questo meccanismo linguistico affronta il problema di un cinema che non è un cinema religioso, è un cinema ateo. Come nella fisica di Hawking non c’è più bisogno di dio, così anche nel cinema che faccio io. E in altri tipi di cinema, non sono certo il solo, c’è una tendenza a superare la figura del narratore onnipotente. Questo dal punti di vista teorico. Poi c’è anche un punto di vista sociale. Il problema della videosorveglianza è un problema che abbiamo tutti, siamo videosorvegliati, il potere ci sorveglia. Questo ha prodotto qualcosa non solo a livello civile, ma anche a livello esistenziale, perché fino a trenta anni fa avevamo una massa enorme di materiali che vedevamo e ascoltavamo ogni giorno e poi ci serviva tutta una notte per sognare per cominciare a organizzare questa massa, selezionare. Il sogno è anche un montaggio. Improvvisamente negli ultimi decenni si è moltiplicata la quantità di registrazioni del mondo e noi di fronte a questo moltiplicarsi abbiamo un problema. Io dico a me stesso e alle altre persone che hanno un cellulare e si registrano che dobbiamo dare un senso a questa immane quantità di immagini, montando. Il montaggio è ciò che dà senso e forma alla vita perché c’è una tale quantità di riproduzioni che se noi non impariamo araccontare e selezionare saremo schiacciati. Poi il tema dei temi è la crisi: come si racconta il mondo intorno a noi? Questa idea di mettere insieme cinema e documentario, è una forma nuova che si chiama cinema androgino: il primo lavoro di questo genere che ho fatto è del ’95, non è solo un progetto ideologico, l’ho girato come un documentario, avevo delle idee, delle scene, un ambiente. Mentre lo giravo nascevano intorno a me figure, situazioni, personaggi, che ho incluso nel film. Il film documenta una realizzazione. Quando ho cominciato con Angelus Novus dicevo che erano «intrusioni della realtà», ma qui non ci sono intrusioni, c’è un progetto, con scene che sono venute mentre facevo il film. È veramente il cinema dalla prassi.

 

 


 

 

 

RITRATTO / AUTORITRATTO Madrid, Caixaforum - 8 novembre 2010 16:23

 

 


 

 

 

Sono nato nel 1948.

Ho una complice, Alexandra, due figlie, Nefeli e Sofia, un figlio che c’è e non c’è, Eftimios, e amici dell’anima.

Appaio eclettico, essendomi occupato di varie discipline (belle arti, sociologia, scienza della storia e della politica, teatro, cinema e mass media) ed avendo esercitato tante professioni (venditore di enciclopedie, disegnatore, docente, scienziato, regista, autore televisivo). In realtà ho lavorato sempre e soltanto a un grande problema – la crisi organica della civiltà contemporanea – studiandola da molti punti di vista e di ascolto e rappresentandola con i linguaggi fratelli della scienza e dell’arte.

Mi piace vivere, non temo di morire, ho la vocazione ‘a fare il demiurgo’ (nel puro senso etimologico: ‘a lavorare in pubblico’) ed 'a fare nello stesso tempo i fatti miei e i fatti degli altri' - se non è questo, uno scienziato, un artista, che cos'è?

 

 


 

 

1...Giuseppe Nenna mi ha chiesto di introdurre il film che stiamo per vedere e ascoltare (“Piazza delle Cinque Lune”, regista Renzo Martinelli) e di farlo da un doppio punto di vista: dal punto di vista del regista che sono e del testimone che sono stato. Lo faccio volentieri: siamo amici, sono avventuroso, e trovo che ‘fare insieme in amicizia’ sia l’avventura più bella del mondo.

2...Sono regista di professione, e sono stato testimone dell’evento che è il tema del film “Piazza delle Cinque Lune”. Come regista vorrei parlarvi dell’inizio del film, del modo in cui il suo regista lo ha congegnato.

3...L’inizio di un film sono i titoli di testa. I titoli di testa di “Piazza delle Cinque Lune” durano cinque minuti. Cinque minuti, una durata notevole.

La prima immagine è una scritta – parole bianche su un rullo nero che scorre: Leggiamo: “Quando si dice la verità, non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi.” Aldo Moro. “Verità” è la parola-chiave. La verità illumina, la verità aiuta ad essere coraggiosi. Non può non venire in mente l’ultimo scambio di battute tra Gesù e Pilato: Gesù - “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.” Pilato - “Che cos`è la verità?” E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei. (Vangelo secondo Giovanni, 18, 37-38) Gesù non risponde a Pilato, non gli dice cos’è la verità.

La prima immagine non di parole ma di cose del film è una ripresa a volo d’uccello, come vista da un uccello che vola alto e vede tutto: dai margini alberati di una città antica ci porta prima lentamente poi rapidamente sul totale dall’alto della piazza di questa città, piena di folla. Non può non tornare in mente Pilato che va verso i Giudei in attesa del suo giudizio su Gesù, e insieme Giovanni evangelista - che viene tradizionalmente rappresentato dal simbolo dell’aquila.

4...Sono stato testimone del rapimento politico e della morte violenta di Aldo Moro. Non perché ero a Via Cesare Fani in Roma – il luogo del rapimento - la mattina del 16 marzo 1978. Ma perchè quella mattina – in un’altra strada di Roma, la Salita del Grillo - ho fatto esattamente l’opposto di ciò che hanno fatto i terroristi prima rapitori e poi uccisori di Moro.

Loro hanno agito secondo l’idea che in Italia, nel 1978, si poteva e si doveva fare una “rivoluzione politica e militare”. Io quella mattina invece sono andato a perfezionare gli ultimi particolari della pubblicazione di un libro – scritto a quattro mani e in quattro anni di lavoro-giorno-e-notte con Luis Razeto – che mostrava e dimostrava che in Europa, e in Italia, il tempo della rivoluzione politica e militare era finito da più di un secolo, e precisamente dal tempo della Comune di Parigi (1871).

Il titolo del libro era – ed è – Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci (edito, nel 1978 appunto, dalla casa editrice De Donato) e Gramsci, l’edizione critica dei suoi Quaderni del carcere, era stato il punto di partenza teorico della nostra ricerca scientifica, e della nostra proposta politica, per l’Italia di quegli anni, e per l’Europa, di una “riforma intellettuale e morale” come modo di conoscere-e-trasformare profondamente una società industrialmente e civilmente avanzata.

5...Come regista vorrei parlarvi ora della conclusione del film di Martinelli, del modo in cui l’ha congegnata come regista.

6... La conclusione di un film sono i titoli di coda. I titoli di coda di “Piazza delle Cinque Lune” durano cinque minuti. Cinque minuti, una durata notevole.

L’ultima immagine di cose del film, subito prima dei titoli di parole, è una tela di ragno, nitida, in primo piano, con dietro, sullo sfondo, un’informe brilichio di grigi confusi e intrecciati.

La prima immagine di parole dei titoli di coda è una scritta – parole bianche su un rullo nero che scorre: Leggiamo: “La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.” Solone (Solone, vissuto ad Atene tra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo – dal 638 circa al 558 circa, è il grande legislatore greco). Cosa viene, cosa verrà in mente a voi, alla fine della visione del film?

7...Sono stato testimone anche di un evento precedente – e in certo senso propedeutico - del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Sono stato testimone del famoso Sessantotto. Anzi, prima e meglio, del Sessantasei. Il 1978 dei terroristi è una ‘degenerazione’ – in linguaggio colto si potrebbe dire è una ‘emanazione’ - del 1966 degli studenti.

Nel 1966 ero studente della Facoltà di Architettura a Roma. Morì, in aprile, scaraventato da studenti di destra, da un muretto in cima ad una scala, un compagno di studi, occupammo la Facoltà. Per settimane. Io mi resi conto allora della gracilità, della inconsistenza, dell’anacronismo della cultura marxista per conoscere e trasformare il mondo contemporaneo – la cultura marxista era condivisa dalla maggior parte degli studenti occupanti. Lasciai Architettura, dopo qualche anno mi iscrissi a Sociologia, alla fine di quegli studi incontrai Luis Razeto, e dopo quattro anni era pronto per la pubblicazione il nostro primo libro.

Mi ci erano voluti undici anni per andare fino in fondo alla comprensione della “crisi organica” del mondo contemporaneo, a criticare - con Luis - a fondo il marxismo e la sociologia, e continuare a costruire una nuona scienza, la “scienza della storia e della politica” – iniziata da Gramsci nei suoi “Quaderni”, capace di offrire un nuovo orizzonte conoscitivo e trasformativo.

E ora, quella mattina del 16 marzo 1978, avevo trent’anni e quattro giorni ed ero allegro. Per poco. Poche ore. Quando ho saputo, scendendo per la Salita del Grillo, che altri trentenni coetanei di Luis e miei avevano sterminato la scorta di Moro e avevano rapito lui per realizzare “il sogno di una cosa” sono diventato triste, ed ho pianto.

 

(Benevento, 8 maggio 2008)

 

 


 

 

Strano che non me ne sia accorto prima. Forse mi ha fuorviato la letteratura sulla morte, sul morire, sull’agonia. M’aspettavo chissà cosa e invece sono morto senza accorgermene. Ma quando, sono morto? E come mai gli altri non se ne sono accorti? A pensarci, adesso che ci penso, gli altri se ne sono accorti un pomeriggio. Parlavano tra loro, io parlavo ma non mi sentivano, come quando si è morti, che gli altri ti ricordano, ti sognano, quando e come aggrada loro, ma non sentono te con le tue parole precise e speciali. Come me ne sono accorto stasera, mentre scrivevo? Anche da morti si può scrivere. Infatti, io scrivo e sono morto.

 

 

 

 


 

 

Un amico di nome Antonio mi domanda all’inizio del pomeriggio del 29 aprile 2007 “un quadro autobiografico semplice e senza eloqui forbiti”. Lo scrivo di getto, in meno di una pagina in meno di due ore.

 

Ho cinquantanove anni, ho vissuto da diciotto anni in poi con Alexandra (cipriota di lingua greca) e ci ho fatto (quando avevamo ventitrè anni) un figlio (Eftimios, morto a sedici anni e vivo da venti), due figlie, Nefeli (che oggi ne ha trentacinque), Sofia (venti), e tutto il resto (che non è stato mai silenzio). Ho tre fratelli in Italia e trenta amici nell’Universo Mondo, e nella vita ho fatto il complice amoroso, l’intellettuale decatleta, il padre fratello, il fotografo digitale, l’artista di tutte le arti (eccetto la musica), il coltivatore di alberi, lo scienziato sperimentatore, il raccoglitore di erbe e funghi, lo sceneggiatore, il cacciatore di uccelli (da sei fino a dodici anni), il poeta e il disegnatore (dal quando ne avevo sei). Ho vissuto in città (Roma), in campagna (Siderno Marina), in collina (Bassano Romano), in riva al mare (Ionio) e alla base della Cordigliera (Santiago de Chile). Ho studiato arte, architettura, storia, sociologia, letteratura, filosofia, scienza della politica, cinema, televisione, internet, ho allevato cani (che ubbidivano a un cenno delle mie sopracciglia) e conigli (che ho dato alle rape). Ho insegnato per quindici anni nella scuola media (Educazione Artistica) e nell’università da quando ne avevo ventinove (Sociologia della Conoscenza, Teoria e Pratica Audiovisiva). Ho riformato il marxismo (da quando avevo ventisei anni) e (da quando ne avevo trentasette) il cristianesimo (sempre con Luis), scrivendo tre libri (uno edito, due inediti) e trenta saggi (dieci editi, venti inediti). Ho fatto nascere (da quando avevo trentasei anni) dalle ceneri del cinema di poesia e di prosa una nuova arte audiovisiva (l’AudioVideo), realizzando tre film-documentari, trenta documentari-film, due AudioVideo punto e basta. Ho partecipato a trenta festival cinematografici e documentari internazionali (vincendone uno e perdendone ventinove) ho parlato in pubblico, ho ascoltato in pubblico, ho discusso sempre. Ho fatto il saggista e l’ideologo, per l’Astrolabio, Close Up, Alias. Ho costruito una Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, un Campus Virtuale di Lingua e Letteratura Italiana. Ho scritto tre testi teatrali per un nuovo teatro e ne ho messo in scena uno. Ho fondato (con Guido) un blog-rivista, dalle ceneri delle riviste culturali e dei partiti politici. Ho rinnovato la tradizione poetica giapponese haiku scrivendo un libro di poesie haihu rimate, ho scritto un libro di poesie sperimentali, un libro di racconti brevi (tutti inediti).

 

 

 


 

 

Investito da una sequenza di associazioni scatenata da un teodolite ho trovato un bandolo alla storia della mia vita.


Viaggiavo, ho intravisto ai margini della strada uno di questi strumenti di misurazione topografica, ed ecco sono saltato al momento e nel punto in cui ero militare di leva con la funzione di topografo “osservatore rilevatore vampa”. Che fa costui in guerra? Sta tra i nostri e i loro, rileva le coordinate di partenza delle loro cannonate e le comunica alle nostre cannoniere – insomma sta nel posto più pericoloso, dove può prenderle, e puntualmente le prende, da entrambi gli schieramenti.

Ecco cosa ho sempre fatto nella vita – ho pensato seguitando a guidare sotto una tempesta di associazioni: mi sono messo in mezzo e le ho prese da entrambi gli schieramenti: tra i marxisti e i sociologi, tra i cineasti di poesia e i cineasti di prosa, tra gli spettatori e i critici, tra i dirigenti della televisione e del cinema e i collaboratori tecnici e artistici, tra i responsabili delle riviste e i lettori irresponsabili, tra gli amici e i nemici.


In mezzo? Perché? Predilezione del giusto mezzo? Propensione al compromesso a tutti i costi? No e no. È che desideravo, e desidero, non stare con l’uno o con l’altro, ma andare avanti, con l’uno e con l’altro, avanzare, passare oltre, inventare continuamente sulle ceneri di questo mondo un altro mondo, passare dal cinema all’”audiovideo”, dalla sociologia alla “scienza della storia e della politica”, dalle religioni del sacrificio alle religioni della fraternità, da queste forme della produzione e della critica e della percezione e della collaborazione e dell’amicizia ad altre, ulteriori, più libere, più lievi, più alte, ogni giorno, anzi continuamente, perché ha ragione Aristotele, ed ha torto Eraclito: “Il sole non è nuovo ogni giorno, è continuamente nuovo.”


Ecco cosa ho finalmente chiaramente capito ieri, ecco quale bandolo ho trovato viaggiando varcando le soglie dei cinquantanove anni. Ma forse avrei potuto intuirlo ben prima, l’altro ieri, camminando sui crinali dei diciassette. Ero in gita scolastica liceale a Roma, ho provato ad attraversare una grande strada senza riuscire a compiere l’intero tragitto e sono rimasto per un lungo momento imprigionato nel traffico. Sfiorandomi, con la sua auto, con la sua occhiata, un tassista mi fa: “Aho’, te sei messo in mezzo come un mercoledì!" In quel momento ho guardato davanti a me, indietro, in alto – sognando per un momento di sottrarmi in volo alla situazione di pericolo e di ridicolo, e gli ho sorriso salutandolo. Ecco, sembrava una battuta plebea ed era già la storia della mia vita.

 

 


 

 

Da quando è iniziata – dopo l’intervallo regolamentare - la seconda parte della mia vita, e mi faccio prendere dal treno, mi rendo conto di viaggiare ora mai con le spalle rivolte al futuro, in modo da non vedere più, come prima, le cose del mondo che mi balzano incontro e schizzano via, ma che vanno indietro e scompaiono lentamente. Faccio sempre, torcendo il collo, le panoramiche a seguire ciò che mi attrae, ma il movimento dello zoom è meno ansioso e tende ad essere sostituito da iridi a stringere.

 

 


 

 

Pier Paolo Pasolini poeta e amico


La mia è una vita costellata di amici. Racconto qui il mio rapporto con Pier Paolo Pasolini, "al volo", come mi domanda l’amico Paolo D’Agostini per www.kataweb.it


Nel 1981 mio figlio Eftimios mio giovane amico mi ha domandato di scrivere anche per lui che aveva 10 anni, con la televisione. Ho realizzato sei programmi televisivi per la Rai dal titolo generale “Il prodotto intellettuale: genesi struttura storia”. La serie della scienza politica comprende la descrizione di tre libri, “La Politica” di Aristotele”, “Il Principe” di Machiavelli, “I quaderni del carcere” di Gramsci; quella dell’arte figurativa, una scultura, un quadro, un film, “I rilievi del Duomo di Modena” di Wiligelmo, “La morte della Vergine” di Caravaggio, “Accattone” di Pasolini. E cominciai-a-capire-facendo che il linguaggio audiovisivo consente una molteplice rappresentazione, non solo: favorisce anche una nuova conoscenza della realtà.


Nel 1983 scrivevo un saggio sulla crisi del mondo contemporaneo, nel quale utilizzavo anche le ultime ricerche visionarie di Pasolini e un amico, Guido Levrini (ho l’abitudine di far leggere i miei lavori agli amici prima di pubblicarli) mi fece notare che somigliava a una sceneggiatura. Allora scrissi un film nel quale rappresentavo la fine della "età del pane e del vino" attraverso la vita e la morte infernale e paradisiaca di Pasolini, e lo girai. Nacque Angelus Novus.


Nel 1992 mi trovavo al Festival di Berlino, dove mi aveva amichevolmente invitato con il mio secondo film, “Non ho parole”, Ulrich Gregor, e vidi il documentario dell’amico Adriano Aprà, “Rossellini visto da Rossellini”. E sentii il bisogno fraterno di raccontare la vita e l’opera di Pasolini secondo Pasolini, liberandole da tutte le farisaiche riduzioni, restituendo loro tutta l’irriducibile complessità. Nacque il film-documentario “Le ceneri di Pasolini”.


Nel 1995 ho dedicato a mia figlia Sofia mia giovane amica un quartetto in movimento per quattro autori prediletti, in forma di doppio autoritratto. Comprende Kafka (montaggio del racconto “Una passeggiata improvvisa” e dei disegni a margine dei “Diari”), Gramsci (le foto-tessera dall’infanzia alla morte e l’ultima lettera al figlio Delio), Hitchcock (un brano dell’Intervista a Truffaut e le sue apparizioni nei suoi film), Pasolini (“Versi dal testamento” e disegni). Erano gli “Autoritratti vagabondi”.


Nel 1999 scrivevo un racconto oggi compreso nel libro inedito “Vite Brevi”, e ho ricordato il mio primo incontro con Pasolini: “Armando La Torre era lo zio prediletto dell’amico dell’età del liceo, Franco. Scrivo “era” perché ha vissuto una vita breve. Quando l’ho visto l’ultima volta? Nell’autunno del ’72. Pier Paolo Pasolini presentava in una libreria romana “Empirismo eretico”. Andai a spiare il dialogo di un poeta con gli intellettuali del suo tempo. Niente intellettuali. Trovai un corsaro assediato da un pugno di giovani infelici, e Armando, che insegnava all’università Letteratura moderna e scriveva su ‘l’Unità’ Letteratura quotidiana. Stette tutta la sera a scrutare il poeta e i giovani discutere comunisticamente il mondo grande e terribile, mi strizzò l’occhio e scomparve.”

 

 


 

 

da Pasquale Misuraca a Marco Santagata

 

Roma, 13 maggio 1997

 

Caro Marco,

 

ho letto in viaggio la tua Introduzione al Canzoniere di Petrarca e in viaggio ti ho subito scritto (questa che segue è la trascrizione della stilo al computer, di ritorno da Catanzaro). Leggere e scrivere sono per me attività indissolubilmente legate fra loro fin dall’infanzia, da quel pomeriggio d’estate del 1955. Me ne andavo dentro l’ombra verso il mare e d’improvviso mi divenne chiaro che i libri si potevano leggere, bevendo quelle parole una dietro l’altra in un certo ordine, e si potevano scrivere, disegnando quelle parole una dietro l’altra in un altro ordine. E pure che leggere e scrivere erano legati fra di loro, ed era la cosa che insieme mi piaceva fare. Da allora ho letto e scritto e non ho mai letto senza subito dopo scrivere (come non ho mai visto un film senza subito dopo parlarne con gli amici).

 

Io non conosco bene la letteratura storica e critica sul Petrarca (né sono storico e critico della letteratura), perciò non mi azzardo a dare giudizi relativi sull’Introduzione e sul libro. Però ti posso riferire una impressione assoluta (“a prescindere”, direbbe Totò) e offrirti un’idea. L’impressione assoluta: un senso di leggerezza e di pienezza insieme, un moto di “consenso attivo” e addirittura di “persuasione” (adopero qui le care formule gramsciane), e un sentimento di gratitudine: il sentimento più alto che un lettore prova innanzi ad uno scrittore.

 

L’idea: a partire dal tuo lavoro su Petrarca, forse tu ed io potremmo realizzare un documentario, un’opera audio-visiva “mirante ad accarezzare le orecchie del volgo”, e più precisamente un film-documentario di genere “autobiografico”. Avrai visto “Le ceneri di Pasolini” e intuisci cosa vado immaginando. Ma prima di esporti compiutamente l’idea devo fare una premessa, rispondendo alla tua perplessità di ieri: una cosa è realizzare una autobiografia audio-visiva di Pasolini, poeta della parola e dell’immagine, altra cosa di Petrarca, poeta tutto di parola. Come è possibile tradurre in linguaggio audio-visivo la parola scritta?

 

1. Ho iniziato a lavorare ad un nuovo linguaggio audio-visivo alla fine degli anni Settanta, mentre finivo di scrivere con Luis il libro su Gramsci e cominciavo a stendere la sceneggiatura del mio primo film, Angelus Novus. Collaboravo allora alla redazione di Cronaca, un “gruppo di ideazione e realizzazione” nato con la riforma della Rai-Tv del 1975. Ho partecipato alla ideazione e realizzazione delle prime di una serie di Interviste Filosofiche ai maggiori filosofi contemporanei. Era, in nuce, l’idea della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche (EMDSF). L’obiettivo che mi ponevo già alla fine degli anni Settanta - in breve - era quello di tradurre senza tradire, mettere in immagine e suono la parola filosofica. Il linguaggio audio-visivo che cominciavo a costruire combinava l’intervista tradizionale (ristrutturata formalmente) e un complesso di materiali di archivio (cinema, documentario, televisione, teatro, danza, musica etc.)

 

2. All’inizio degli anni Ottanta ho scritto e realizzato per il DSE (Dipartimento Scuola Educazione) una serie organica di programmi televisivi dal titolo generale Il prodotto intellettuale: genesi, struttura, storia. La serie comprendeva una trilogia delle scienze politiche (La Politica di Aristotele, Il Principe di Machiavelli, I quaderni del carcere di Gramsci) e un trittico delle arti figurative (I rilievi del Duomo di Modena di Wiligelmo, La morte della Vergine di Caravaggio, Accattone di Pasolini). Qui affrontavo il problema della messa in immagine e suono della parola scientifica, della scultura, della pittura, del cinema (integrando il costruendo linguaggio audio-visivo con l’elemento degli attori recitanti e delle riprese documentarie dal vivo).

 

3. Alla fine degli anni Ottanta (dopo la realizzazione di Angelus Novus) ho partecipato alla progettazione dell’l’impianto narrativo e formale della EMDSF ed ho realizzato come regista I sofisti e L’etica di Aristotele, due home-video matrici dell’intera opera nelle sue versioni multimediali. In questa nuova fase di costruzione di un linguaggio audio-visivo all’altezza delle potenzialità dei mezzi tecnici esistenti, ho arricchito il quadro degli elementi (con la collaborazione di Alexandra scenografa e costumista) con oggetti di scena di grande valore icastico riferiti all’autore.

 

4. All’inizio degli anni Novanta (dopo aver realizzato il secondo film, Non ho parole) ho realizzato una serie di brevi programmi televisivi / home-video dal titolo generale Progetto Poesia, nei quali ho affrontato il problema della messa in immagine e suono della parola poetica. Fino ad allora, in televisione la poesia era data come pura registrazione coi mezzi tecnici televisivi di una messa in scena puramente teatrale dei testi poetici (fine dicitore ripreso mentre recita). Fino ad allora? Fino ad oggi: basti pensare ai migliori esempi correnti: Gassman che recita la Divina Commedia, Attilio Bertolucci che legge i propri versi, etc. Nel Progetto Poesia il testo poetico viene messo in scena in immagine e suono attraverso un linguaggio audio-visivo diverso e autonomo dal linguaggio teatrale: voce fuori campo dell’attore recitante (voce che coincide con la voce dell’autore, cioè la voce soggettiva del poeta) e materiali d’archivio, scelti e montati di volta in volta in assonanza, contrappunto etc. col testo poetico.

 

5. Nel 1993-94 ho realizzato Le ceneri di Pasolini. Avendotene dato una copia VHS, puoi valutare da te la ricerca linguistica che ho sviluppato in questo caso, e i risultati.

 

6. A metà degli anni Novanta ho realizzato un video, Autoritratti Vagabondi. Kafka, Gramsci, Hitchcock, Pasolini. Sviluppo e variazione del linguaggio acquisito: voce fuori campo dell’autore (“Una passeggiata improvvisa” di Kafka, Ultima lettera al figlio Delio di Gramsci, Frammento di intervista a Truffaut di Hitchcock, “Versi dal Testamento” di Pasolini), associata in montaggio a testi figurativi di genere autobiografico “prodotti” dall’autore medesimo (Disegni dai Diari di Kafka, Foto tessere di Gramsci dall’infanzia alla morte, Apparizioni di Hitchcock nei propri film, Disegni di Pier Paolo Pasolini).

 

7. Potrei aggiungere altro, altri lavori costruiti nel corso della ricerca di un nuovo linguaggio audio-visivo. Per esempio, Amorosa Caterina, autobiografia documentaria di Caterina Cornaro Regina di Cipro, o Vita all’incontrario di Mimmo Pesce, autobiografia documentaria di un pittore e scultore italiano contemporaneo, o Santarielli d’Amantea... ma forse basta a rispondere almeno in parte alla tua perplessità iniziale seguita da precisa domanda. Ho lavorato in questi ultimi quindici anni affinché sia possibile la realizzazione di un film-documentario di genere autobiografico su Petrarca, destinato ad accarezzare con successo le orecchie (e gli occhi) del volgo moderno. Ed è possibile che a realizzarla siano due come noi, ansiosi di partecipare a pieno alla “modernità”, senza subirla.

 

A questo punto però, non farò seguire una proposta compiuta. Se non altro perchè conosco troppo poco l’opera del Petrarca per trarne le strutture, i ritmi, le suggestioni che andranno a sorreggere e conformare il film-documentario. Continua tu piuttosto questa lettera-fax, dicendomi o scrivendomi se ti appassiona l’idea di lavorare con me a questo.

 

Post scriptum. La proposta del film-documentario su Petrarca non esclude e non oscura la proposta del film Papà non era comunista. Il fatto è che Gigino in queste settimane è tutto assorbito da Italica. Io non so stare fermo. E tu, tu non sei innocente, Marco. “Bisogna (...) che si scriva - mi mandi a dire con Petrarca - così come le api fanno il miele”.

 

 


 

 

 

Come affrontai per tre volte la vertigine del doppio precipizio.

 

Avevo sei anni. Vivevo in un paesino della Calabria ionica. Era una limpida mattina del 1954. Camminavo verso il mare, e mi sono trovato in mezzo a un doppio precipizio.

 

Mi guardo indietro, e vedo distintamente il precipizio della comunità, il paesino disteso quietamente sotto il sole, l’abbraccio avvolgente della famiglia, della scuola elementare, degli amici occhieggianti, e l’orizzonte limitato dalla corona delle montagne insormontabili. Ah! starsene insieme, come niente altro che semplice rotella ingranata nel tutto, smarrirsi nell’infanzia protetta delle partitelle a pallone senza fine e senza tempo, restare con le ginocchia eternamente scorticate, certo e fermo come un albero radicato nella terra dura! Perdersi nelle voci che non mutano, nelle cantilene e nei rumori che si ripetono e rimandano, discendere le timpe verso i ruscelli gorgoglianti, seguire gli odori rubati dalle cucine, rinserrarsi sotto gli archi di luci crepitanti delle feste in piazza, farsi rapire dall’estasi pomeridiana nei cinematografi, accoccolarsi in circolo intorno ai bracieri, dietro i muretti di pietre e calce, in mezzo ai cortili, in righe immobili sui banchi di legno dipinto di nero, coi grembiuli neri i fiocchi azzurri e i tondi colletti bianchi, aspettando il premio e il castigo del maestro, del padre, della guardia municipale. Sì, tornare indietro, e stringersi!

 

Ma di fronte al precipizio della terra, della comunanza di odori e sensazioni, ecco spalancarsi il precipizio del mare, il precipizio della solitudine. Avanzare inquietamente, partire, dividere, dividersi, diventare grande, un altro, abbandonare tutti, tutto. Trasformarsi irrevocabilmente in vertice inaccessibile, in albero che s’invola come un aquilone dal filo spezzato, sotto la spinta delle foglie frementi, che diventano ali, vele, remi, e ritrovarsi in forma di tronco che si perde nelle onde, diventare pesce, e uccello, nuvola leggera del cielo a pecorelle. Scoprirsi solo, lontano e in alto, trasvolare l’orizzonte aspromontano, provare l’orgoglio e il dolore della solitudine. Ecco! Fra la terra e il mare un treno fischia, fuma, grida, esalta, chiama.

 

Avevo sei anni. Ero in mezzo a due attraenti precipizi. Dileguarmi nella intimità delle catene ininterrotte di cugini e nonni, o perdere tutti scrutando la spietata pupilla del futuro. Precipitare nella terra, o infilarmi nelle estreme regioni del cielo e del mare? Rimanere nella cerchia di uomini discreti e appartati o tentare l’esaltante avventura intellettuale che tronca una volta per tutte le radici del piccolo mondo antico? Avevo sei anni e ho visto improvvisamente il doppio precipizio. Ho deciso. Né terra, né mare, ma l’uno e l’altro insieme. Ho preso la carta e la matita colorata e ho disegnato il paesino il treno e il mare: mi sono sollevato in alto e ho visto tutto da lontano, e mi sono abbassato e ho scrutato tutto da vicino.

 

Avevo quarantadue anni. Vivevo sui Monti Sabatini, nell’Alto Lazio. Era un pomeriggio di luce senz’ombra del 1990. Camminavo sovrapensiero lungo un crinale, e mi sono trovato in mezzo a un doppio precipizio.

 

Alle mie spalle, il precipizio della chiacchiera. Le strade che portano a Roma, il chiasso di uomini e donne che si divertono, si distraggono, si eccitano reciprocamente. Il cicalio dei giornali, delle radio, delle televisioni perpetue, i convegni, le accademie, i conviti a inviti, le conventicole, le tavole apparecchiate e ben rotonde, il parlare-parlare-e-non-la-smettere-più. I saloni, i salotti, il mostrarsi, farsi vedere, farsi sentire, le mostre, le riunioni, i pentiti che convengono e distinguono, i disillusi dal mondo grande e terribile, i disperati, gli intonati, i sempre intelligenti, la verità spiegata alla gente che non sa più a cosa credere, la fine di tutte le rivoluzioni future, il bisogno di riciclarsi, confidarsi, telefonare, il cosa fai e dove ti eri cacciato in un momento di crisi come questo?

 

Di fronte, davanti ai miei occhi, il precipizio del mare lontano, oltre i boschi e il lago e l’ultima striscia di mondo. Il paesaggio sempre ispiratore. Il precipizio del silenzio. Da una parte il dover correre, fare appena in tempo, trovare un posto, il precipizio di spiritate parole, la schermaglia delle brillanti chiacchiere, le battute, le citazioni, le lamentele, i mugugni, le invettive, le smentite, le precisazioni, i puntini sulle i, le virgolette, il parlare anche in ascensore per puro terrore del silenzio. Dall’altra, fermarsi, dimenticare, dimenticarsi, non giustificare ad ogni passo e ad ogni costo le opere e i giorni, tacere, finalmente e impietosamente tacere, riflettere, restare senza parole e senza scampo. Obliare. Appagarsi del sognare i sogni senza volerli appagare. Contemplare lontano, il mare non più orizzonte da raggiungere e superare, ma specchio dove dolcemente naufragare, bara di freschezza, muta immagine.

 

Avevo quarantadue anni, stavo nel mezzo d’un doppio precipizio. Parlare precipitevolissimevolmente o tacere sino alla fine? Tornare nella città o ritirarmi, distaccarmi? Ho scrutato il doppio precipizio. Ho deciso. Né Roma, né l’abisso marino che strizza l’occhio e confonde il pensiero, non solo le parole, non solo le immagini, ma il nome e l’ombra della cosa. Ho afferrato la cinepresa, ho percorso e registrato le città, i mari, le montagne, le parole gridate, gli attoniti silenzi. Ho fatto il film che dovevo fare.

 

Avevo ventiquattro anni. Vivevo e studiavo a Roma. Camminavo nel centro del centro nell’anno 1972. Camminavo, e si è materializzato intorno a me un doppio precipizio.

 

Davanti a me, il precipizio della scienza che organizza gli uomini. Il marxismo, e la sociologia, le previsioni certificate, la promessa scientifica del mondo finalmente libero dal bisogno, dal passato, dallo sfruttamento, dal pregiudizio, dalle fumose ideologie, dalle illusioni, dalle patetiche delusioni. Ah! la società razionale dai meccanismi regolari, regolati, gli uomini-massa dai comportamenti ordinati, lineari, trasparenti, calcolabili, calcolati, uomini e donne tutti orientati e governati dalla scienza nella medesima direzione, tutti rettamente pensanti, tutti ragionevoli e morali! Alle spalle ormai le puerili religioni, le primitive superstizioni, le consolanti utopie, le irragionevoli speranze. Davanti, le leggi ferree della oggettività, dei grandi numeri, l’universo della precisione, del benessere progressivo, delle infinite quantità che trapassano irresistibilmente in infinite qualità, la soluzione finale dei problemi e dei dolori.

 

In alto, sopra di me, l’altro precipizio, il precipizio dell’arte come mondo parallelo al mondo reale. Le guglie attorte delle chiese barocche, le mirabolanti ragnatele di decorazioni, l’intrico di stucchi, le vetrate magiche che fanno vedere bella la vita, i geroglifici del ferro battuto avvitati nel cielo stellato. Ah! l’arte che libera dal peso e dalla grossolanità del quotidiano, che inganna e irretisce il tempo, consola e rapisce, supera d’un colpo i confini del mondo reale e inventa un altro mondo, più vero, più giusto, sereno ed essenziale, il mondo parallelo delle ombre, le care ombre che consentono di continuare a vivere anche quando le difficoltà eccedono. L’arte come arte della fuga.

 

Avevo ventiquattro anni, e ho visto chiaramente davanti e sopra di me un doppio precipizio. Da una parte la perfetta scienza, dall’altra l’arte pura. Davanti la cosa ridotta a numero, sopra l’ombra della cosa. Ho visto il doppio precipizio ed ero sul punto di precipitare. Cosa mi ha trattenuto sull’orlo del baratro? Come ho potuto evitare di piombare in rapida caduta, scegliendo una delle semplici tentazioni che si offrivano al mio passo? Ho scrutato il doppio precipizio. Ho deciso. Né la disciplina della necessità scientifica, né l’intuizione dell’arte segreta. Non una professione, non una carriera, non l’occhio della mente contro l’occhio che pensa. Ho visto e trascritto lo strabico percorso che traversava le strade della terra e le onde del mare, i numeri e le cose, la forma dei numeri e la forma delle cose. Ho scritto sulla pagina di carta e sulla tela dello schermo, con l’inchiostro e con la luce.

 

(‘società di pensieri’ – rivista trimestrale, anno II, numero 4, marzo 1993 / questo testo è nato 'su commissione': Stefano Casi, direttore della rivista, mi conobbe personalmente non ricordo in quale città italiana nel corso d'un incontro di discussione sul cinema, e mi propose di scrivere un pezzo autobiografico a partire dal  tema monografico del numero prossimo di 'società di pensieri': 'il precipizio')

 

 

 


 

 

 

Siderno, Contrada Chiusa, famiglia Misuraca-Marra - in alto, da sx a dx: Antonia Marra, Edoardo, Lucrezio Misuraca, in basso: Pasquale, Giuseppe, Luigi - ottobre 1957